domenica 25 novembre 2007

Se il buongiorno si vede dal mattino..



di Angelo Zurzolo, Coordinatore regionale Gioventù Italiana Calabria

Sul sito internet del partito democratico campeggia uno slogan… un Italia nuova. Forse hanno intenzione di cambiare l’Italia, ma la Calabria non di sicuro… I nostri paladini della giustizia e della legalità infatti dopo mesi di trattative hanno finalmente sciolto le riserve su chi dovesse guidare il partito in Calabria. Dopo la democratica elezione di Marco Minniti come coordinatore regionale (il vice ministro dell’Interni era l’unico candidato) è stato nominato capogruppo del PD in Consiglio Regionale Nicola Adamo già noto alle cronache sia per fatti di gossip, un paio di anni fa ebbe un figlio nato fuori dal matrimonio (il suo) dall’allora sindaco di Cosenza Eva Catizone, e sia, e soprattutto per vicende giudiziarie. Il già vice – presidente della Giunta Regionale, è infatti noto nelle Procure calabre; colui che dovrebbe contribuire in prima persona al cambiamento della Calabria è indagato dalla Procura della Repubblica di Paola in un’inchiesta sullo sfruttamento dell’energia eolica, le ipotesi di reato emerse a suo carico, corruzione ed abuso d’ufficio. Ma l’uomo di Walter il magnifico in Calabria non è nuovo alle Procure, infatti nel settembre del 2006 è già stato indagato per Truffa, associazione a delinquere e abuso di potere. E dulcis in fundo fa parte anche lui tra gli indagati nell’inchiesta Why not. Premettendo che vige la presunta innocenza fino a sentenza irrevocabile, c’è da chiedersi comunque, come sia possibile che un partito che si vuole porre sulla scena politica come portatore di “un’Italia nuova” non riesca a trovare leader con meno carichi pendenti? Per gli altri la questione morale è uno slogan, un qualcosa da sbandierare, ma per noi giovani di Destra calabresi è uno stile di vita, è un qualcosa che ci portiamo dentro e che vogliamo “imporre” all’intera società. E allora se questa è l’Italia, ed in particolare la Calabria che ci vogliono dare Veltroni ed i suoi collaboratori calabresi noi diciamo no! Noi vogliamo una Calabria dove pregiudicati e indagati stiano fuori dal consiglio regionale, una Calabria dove l’unica politica effettuata dallo Stato non sia quella assistenzialista bensì una politica di sviluppo, una Calabria dove i giovani capaci e meritevoli non siano costretti ad emigrare ancora nel 2007 per cercare fortuna, questa è la Calabria nuova che vogliamo non quella di Veltroni e Adamo.

sabato 24 novembre 2007

Spagna: gli uccidono il cane e lo mettono in cella



“Il grado di civiltà di un popolo lo si capisce dal modo in cui tratta gli animali”
Indira Ghandi




Tratto da Libero del 23/11/2007





Simone Rigni è un artista di strada bolognese ed ha 36 anni, descritto da tutti quelli che lo conoscono come una persona buona, gentile, amante degli animali e della natura. Qualche anno fa comincia un viaggio in Spagna, paese che ama molto, con la sua compagna, Anna Fiori, ed i suoi tre cani, Olly, Vito, Maggie. Frequentano fiere e feste di paese, dove mette mano alla matita e alla sua vena artistica, disegnando abili caricature dei turisti di passaggio. Sembra aver trovato un po' di serenità dopo la malattia, un cancro maligno alla pelle che lo ha costretto a due interventi chirurgici. "Abbiamo pensato ad un lungo viaggio col quale dimenticare le recenti tristi esperienze" dice Anna. E invece era solo l'inizio di un incubo. Per poter partecipare ad una fiera, Simone ed Anna devono affidare i loro tre cani al canile municipale della città di Cadiz. Dopo tre giorni si recano a riprenderli, ma i loro cani sono morti. "Si sono azzannati a vicenda" è la giustificazione degli operatori del canile. Dopo la disperazione, le proteste. Simone ed Anna vogliono sapere la verità. La verità è che il cadavere della cagnetta Maggie viene trovato all'interno di un frigorifero. L'autopsia, effettuata a Siviglia dopo la denuncia alle autorità, dimostra che Maggie è stata uccisa con una soluzione paralizzante ed è morta tra atroci tormenti. Simone ed Anna protestano civilmente. Il 7 ottobre davanti alla Chiesa di Santo Domingo a Cadiz, duemila persone pacifiche chiedono una decisa trasformazione, o la chiusura, della struttura. Il sindaco Teofila Martinez (Partito Popular) esce dalla Chiesa ed è allora che la polizia carica i manifestanti. Scoppia un tafferuglio, Simone ed una ragazza spagnola vengono picchiati ed arrestati per lesioni a pubblico ufficiale. Le testimonianze ed i video però li scagionano. Non hanno aggredito nessuno. Lo testimonia anche Anna: "L'hanno messo in carcere perchè aveva sollevato il problema di una struttura lager finanziata con soldi pubblici". Il 13 ottobre il tribunale stabilisce che Simone può essere scarcerato dietro pagamento di 9.000 euro, più altri 10.000, di spese legali, e che deve essere espulso dalla Spagna. La famiglia non ha disponibilità finanziarie e Simone, ancora oggi, urla dal carcere la sua disperazione tramite la sorella Erika, che lo può vedere una volta al mese attraverso un vetro blindato. Erika è affranta:" Siamo ignorati dalle istituzioni. So che il caso è arrivato in Parlamento grazie al senatore Bulgarelli ( Verdi-CI ndr): ma il governo cosa fa? Voglio che mi spieghino perchè Simone è ancora in cella."





Per chi volesse contribuire a liberarlo, il sito http://www.dogwelcome.it/ mette a disposizione tutte le informazione necessarie.

Dia l'esempio..


Napolitano: "I rom non sono il male, bisogna integrarli"

Secondo il presidente della Repubblica l'attuale legge sulla cittadinanza è troppo restrittiva.
"Si è sentito dire, non solo dei rom, ma dei romeni, che sono il male di cui avere paura. Ma non bisogna avere paura, bisogna farli integrare nel rispetto della legge e far avere loro la cittadinanza". Lo sostiene il presidente della Repubblica, Napolitano, intervenuto alla Giornata nazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza.Secondo Napolitano, inoltre, l'attuale legge sul raggiungimento della cittadinanza italiana "è troppo restrittiva", "bisogna aprire canali nuovi di accesso alla cittadinanza italiana per tanti ragazzi e tanti giovani", «vanno ridotti i tempi per ottenerla», «non bisogna aver paura ma bisogna integrare» ha detto il presidente della Repubblica.

Ovviamente sono profonde e nobili parole, ma perché Napolitano, in qualità di massima carica istituzionale, non dà l’esempio a tutti i suoi concittadini e fa seguire alle parole gesti concreti? Magari accogliendo in una piccola area della tenuta presidenziale di Castel Porziano (copre una superficie di circa 59 chilometri quadrati, 5.892 ettari, clicca qui) un bel campo nomade. Oltre ad essere d’esempio per tutti gli altri italiani, così facendo Napolitano potrebbe sperimentare la bellissima esperienza di buon vicinato con questo fantastico popolo, che già da tempo migliaia di italiani, con grandissimo entusiasmo, provano ogni giorno (ed ogni notte).

domenica 18 novembre 2007

Intenzioni di voto di novembre 2007










Pd e Fi - L’effetto primarie è già svanito: il Partito democratico accusa una lieve flessione negli orientamenti di voto (dal 30 al 29%), ma resta ancora davanti a Forza Italia (data al 28,5%), che registra anch’essa un calo di consensi. Forza Italia risente dell’impasse dell’attuale situazione politica, che non si sblocca nella direzione voluta da Berlusconi, ovvero le elezioni. Anzi dopo l’approvazione della Finanziaria sembrano allontanarsi ulteriormente. Il Partito Democratico dopo l’iniziale euforia si sta dimostrando una bella casa, ma vuota all’interno: sembra ancora lontano dal riuscire ad elaborare risposte concrete alle esigenze del paese.

La Destra - La vera novità delle ultime settimane è La Destra, che supera di nuovo la
soglia del 3%, sulla spinta della Costituente e dell’adesione della Santanchè. Sin dalla nascita del movimento la Destra, i sondaggi hanno rivelato l’ampio spazio politico a disposizione di Storace: dopo l’assemblea costituente il nuovo partito si attesta al 3,4%, senza però intaccare i consensi di An (ferma all’11%), in attesa che il suo leader, Fini, le restituisca una chiara linea ed identità politica.

Di Pietro - Dopo molti mesi di trend positivo è la flessione netta di Di Pietro che perde un punto, probabilmente perchè abbaia troppo e morde poco. L’Italia dei Valori perde l’1% nei sondaggi: le posizioni ondivaghe, spesso più vicine al centrodestra, stanno costando caro a
Di Pietro, il cui elettorato è attentissimo alla coerenza in politica. Il voto sul ponte dello Stretto e le eccessive tensioni create nella maggioranza dall’ex pm sono state manovre poco gradite.
Anche il suo antagonista Mastella è tornato alle percentuali dello zero virgola sotto la pressione di colpi che avrebbero ammazzato un cinghiale.

Grande Centro al 5% - Il progetto del Grande Centro, tanto caro a Casini e Mastella, parte con una base del 5% (Udc al 4,2% e Udeur all’0,8%). Nella rilevazione, però, non è compreso il fattore-Pezzotta che con il suo
“movimento bianco” può sedurre parte dell’elettorato cattolico di Pd e Forza Italia, nonché di An e tutti i micropartiti di area centrista.

Socialisti - Il Partito Socialista che fa capo ad Enrico Boselli, Bobo Craxi, Gianni De Michelis e Gavino Angius esordisce nel nostro sondaggio con un 3%. Sempre a sinistra fa il suo esordio la Sinistra Democratica di Mussi accreditata di un 1%.

Coalizioni - Dal punto di vista delle coalizioni,
lo scenario non cambia: la Casa delle Libertà ha un margine del 3%, anche senza l’Udc. Nemmeno la Finanziaria ha saputo risollevare il consenso intorno al centrosinistra: la strategia comunicativa (e politica) mirante a riavvicinare gli elettori sinora non ha sortito effetti per l’Unione.

Infine un’osservazione: in questo periodo, in cui si parla di riforma del sistema elettorale, è interessante notare come due formazioni politiche, Forza Italia e Partito Democratico, stando ai sondaggi, otterrebbero insieme, il consenso del 60% dell'elettorato, cosa che nel nostro Paese in 60 anni di Repubblica non è mai accaduta.







giovedì 15 novembre 2007

Rita Levi Montalcini e la vicenda Cronossial




Egitto - Per la prima volta in mostra il volto di Tutankamon… Non vi fate fuorviare dall’immagine, non è questo l’argomento del post! L’illustre scienziata, senza retorica, è balzata agli onori delle cronache qualche tempo fa in seguito ad una querelle con il Sen. Storace che la rimproverava di essere, con gli altri senatori a vita, palesemente filogovernativi (Colombo, Ciampi, Scalfaro), la “stampella” del governo. L’accusa era incentrata sul ruolo dei senatori a vita e sulla loro “legittimità” non costituzionale, ma rappresentativa. Non voglio entrare nel merito della questione dei senatori a vita (è così indispensabile che ci siano?), anche se comunque è il caso di ricordare che l’appoggio della Montalcini al governo non è solo di natura ideologica, ma ha delle motivazioni molto più pragmatiche e venali, come gli stanziamenti ad hoc, compresi nella finanziaria, all’EBRI (European brain research institute), fondazione che fa capo alla scienziata-senatrice. Ma spulciando qua e là ho scoperto che l’ill.ma scienziata ha legato il suo nome ad un caso un po’ controverso, quello riguardante il Cronossial, vicenda da cui emerge che la preg.ma scienziata venderebbe l’anima anche al diavolo, (e chissà che non l’abbia fatto davvero!) pur di ricevere dei finanziamenti per le sue fondazioni. Per quanti non ricordassero la vicenda Cronossial, riporto stralci di alcuni quotidiani del 2002, buona lettura:


Nel 1975 Francesco Della Valle, gestore della Fidia, piccola azienda farmaceutica di Abano (Padova) ottiene da Duilio Poggiolini, il corrotto dirigente del ministero della Sanità (sarà in seguito condannato, insieme alla moglie complice), la registrazione di un farmaco spacciato come miracoloso, il Cronassial. Non supererà mai i test scientifici imposti dalla normativa e si rivelerà, nelle miglior delle ipotesi, un placebo e, nelle peggiori, addirittura dannoso. Della Valle, che ha bisogno di referenti scientifici per far pubblicità al suo Cronassial, versa 50 milioni (del 1975, badate bene) a Rita Levi Montalcini, che perora contributi per la Fondazione Levi. Da questo momento i rapporti tra Levi Montalcini e Fidia si fanno sempre più stretti. «La scienziata - dichiararono a Espansione i ricercatori della Fidia -segue le indagini di laboratorio e ne esamina i risultati», mentre il materiale promozionale dell'azienda rimarca il madrinaggio dell'illustre scienziata, che assurge, nei fatti se non nelle intenzioni, a capofila dei garanti scientifici della Fidia. Nel 1986 la Levi Montalcini riceve, insieme a Stanley Cohen, il Nobelper la scoperta del fattore di accrescimento delle fibre nervose. Nelsuo discorso di ringraziamento dinanzi alla stampa mondiale, la donna si rivolge riconoscente agli amici della Fidia che l'hanno aiutata nelle ricerche. Per Fidia e il suo Cronassial è un trionfo. Il Cronassial, che nei momenti di massima incidenza sul fatturato arriva all'82%, diventa il farmaco più venduto in Italia. Il marketing aggressivo di Della Valle induce i medici a prescriverlo come cura di tutti i mali. La Fidia, che nel 1968, all'arrivo di Della Valle, fatturava 600milioni, balza a 420 miliardi e si colloca al quarto posto nella classifica delle industrie farmaceutiche. Nel 1989 Le autorità della Germania mettono in relazione il Cronassial con una malattia che paralizza gli arti e uccide un paziente su dieci: la sindrome di Guillain-Barré. Il Cronassial è bandito dal mercato tedesco. L'anno dopo, in Gran Bretagna, gli inglesi vietano la vendita del Cronassial, che è ricavato dal cervello di bue. In seguito il farmaco sarà bandito anche dalla Spagna (per la Guillain-Barré) e in altri mercati, mentre negli Stati Uniti non otterrà mai la registrazione. Inizia il tramonto di Della Valle, che i padroni della Fidia (misteriosi individui di una società anonima basata a Mendrisio,in Svizzera) cacciano. Della Valle si mette in proprio e fonda una microazienda, la Lifegroup. Levi Montalcini, che in tutto questo tempo non ha mai preso le distanze dai nefasti del Cronassial, dichiara:«L'uscita di Della Valle dalla Fidia minaccia la sopravvivenza della ricerca scientifica». Che invece sopravviverebbe alla Lifegroup, dove l'anziano premio Nobel dirotta la propria collaborazione. Espansione chiese invano a Levi Montalcini un commento sulle disgrazie del Cronassial, nel frattempo fustigato anche dal British Medical Journal, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali del settore. Le vendite del Cronassial crollarono del 95% finché persino l'Italia, nonostante le resistenze di Poggiolini, fu costretta a metterlo fuori legge. Stampa e comunità scientifica internazionale spararono a zero contro «un farmaco in cerca di patologia», come lo battezzò Daniele Coen, ricercatore dell'Istituto Negri di Milano (presieduto da Silvio Garattini). Furono stigmatizzate le astuzie di Della Valle, la complicità dei medici prescrittori e le corruttele alministero della Sanità.



QUANDO LA CAVIA E' L'UOMO
Il caso del farmaco Cronassial. A base di cervello di bovino, era letale.


- L'Inchiesta

Miliardi spesi per gli esperimenti sugli animali. Ma alle aziende non basta: il test finale è sulle persone.

di Oscar Grazioli


In questo viaggio nel mondo della vivisezione o sperimentazione animale che dir si voglia, abbiamo solo marginalmente accennato alle obiezioni etiche che pur ci dobbiamo porre quando "usiamo" gli animali a fini scientifici. Ci siamo misurati su di un terreno rigorosamente scientifico cercando di dimostrare che talvolta questa sperimentazione "salvavita" è falsa per meri interessi di bottega ed è quasi sempre fuorviante perché i dati, estrapolati dalle cavie, non sono applicabili all'uomo. Gli animali vengono prevalentemente utilizzati in laboratorio come "modelli2 delle condizioni patologiche umane. Questo è il vero peccato originale che ci ha lasciato in eredità il positivismo scientifico dei secoli scorsi. Anche un profano si rende conto delle enormi differenze che esistono tra un ratto, un cane ed un uomo. Il procedimento attuale è questo. Prendiamo un cane o un ratto che , in natura, non soffrono d'infarto. Gli causiamo l'infarto con mezzi artificiali e gli inoculiamo sostanze che pensiamo possano curare l'infarto di un uomo che soffre di nevrosi, ipertensione, obesità, fuma, fuma, beve e non dorme: (situazioni difficilmente riscontrabili in topi e cani). Follia signori miei, anzi business, soldi a palate per ricercatori, istituti "scientifici", industrie farmaceutiche, baroni universitari alla caccia di punteggi e sovvenzioni, allevamenti di animali da laboratorio. Innumerevoli danni provocati all'umanità da questo tipo di ricerca. Mi limiterò a riportare che il General Accounting Office statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati tra il 1976 e il 1985 e ha trovato che, per il 52% , essi presentavano "gravi rischi emersi dopo l'approvazione" e non previsti dai test sugli animali o su prove effettuate su esseri umani. Questi rischi sono stati definiti come reazioni avverse, che potevano portare al ricovero in ospedale, a invalidità o addirittura alla morte. Come risultano, i farmaci suddetti hanno dovuto essere corredati da nuove istruzioni o ritirati dal commercio. C'è una storia però che vi voglio raccontare, perché tutta italiana e perché implica un farmaco ben noto che molti di voi hanno utilizzato. Il Cronassial. Francesco Della Valle, gestore della Fidia, piccola azienda farmaceutica di Abano (Padova) ottiene da Duilio Poggiolini la registrazione di un farmaco spacciato come miracoloso, il Cronassial. Pubblicizzato come curativo delle "neuropatie periferiche di natura dismetabolica o di altra origine anche decorrenti con manifestazioni infettive tossiche o traumatiche causate da malattie generali". Il Cronassial trova in Rita Levi Montalcini uno dei suoi più autorevoli sostenitori. Il marketing aggressivo della Valle induce i medici a prescriverlo come cura di tutti i mali. Il Cronassial diventa uno dei 10 farmaci più venduti in Italia con fatturati da capogiro. La casa farmaceutica tedesca "Dr.Madaus" entra in rapporti con la fida e tenta di introdurre sul mercato tedesco il farmaco miracoloso. Nel 1983 l'Ufficio di Sanità tedesco nega il permesso perché il medicinale (un estratto di cervello di bovino e sale) non risponde alla qualità delle buone regole farmaceutiche e c'è il sospeto che provochi effetti dannosi. Nel 1986 in Germania arriva il _Cronassial, ma due anni dopo il Prof. Peter Berlit, neurologo di Mannhein dà la notizia che 5 pazienti curati con il Cronassial risultano affetti dalla sindrome di Guillain - Barrè - Strohl, una gravissima e spesso letale malattia neurologica. Mentre negli altri Paesi o si rifiuta il farmaco o lo si ritira cosa avviene in Italia? Solo dopo diversi anni si proibisce ai medici generali di prescrivere la confezione da 100 mg, poi il Ministro Costa lo sospende, mentre il Consiglio Superiore di Sanità lo riabilita. In Inghilterra intanto si verificano 17 casi (tre mortali) di danni imputabili al farmaco. Poi scoppia il dramma mucca pazza (Il Cronassial è prodotto con cervello bovino). Decine di migliaia di persone in Italia sono state "curate" con questo estratto di cervello bovino, per il quale finalmente, dopo anni giunge il requiem definitivo che si porta dietro il funerale della Fidia. La sindrome di Creufeldt-Jacob (mucca pazza) nell'uomo ha una incubazione lunghissima. Le cavie sono solo cani, gatti e topi o anche uomini, come voi e come me? Come mai la Fidia nel 1999 invia lettera a persone sane affinché si sottopongano a pagamento (1.200.000 lire) per la sperimentazione di un nuovo farmaco l'AGF2 che dovrebbe contrastare gli effetti dell'ictus cerebrale, ma che non si può escludere abbia conseguenze negative ed effetti indesiderati, nonostante la precedente sperimentazione sugli animali? La morale che si ottiene la questa storia è che la sperimentazione animale non serve a nulla e che le vere cavie siamo noi. L'industria farmaceutica, come qualsiasi industria siderurgica, mira al profitto. Bisogna cambiare strada, ma è necessario trovare uomini che abbiano coraggio, merce rara.


Libero (anno 2002)

mercoledì 31 ottobre 2007

Apologia del comunismo: reato?




Roma, 28 ottobre - Il capogruppo dell'Udc alla Camera Volontè, qualche giorno fa ha lanciato la proposta di prevedere il reato di apologia del comunismo. Ma dal mondo politico arriva un coro di 'no', quasi bipartisan.




"Martedì mattina (ieri) - annuncia Volontè - ogni deputato, rappresentate del popolo italiano, riceverà in casella il modulo di adesione alla nostra proposta di legge di riforma costituzionale per inserire il divieto di apologia del comunismo insieme al reato già previsto per il fascismo". Prosegue Volontè: “Cento milioni sono i morti della vergogna comunista figlia della ideologia di Marx, Engels e Lenin. I comunisti italiani non solo mantengono i simboli e il nome di tale macabra ed omicida dottrina ma addirittura si recheranno in 'pellegrinaggio' alla piazza Rossa. Una vergogna e una menzogna senza precedenti, pari solo alle celebrazioni del Festival del Cinema di Veltroni tributata al macellaio Che Guevara". "Il principio di libertà di espressione - secondo il deputato centrista - deve prevedere gli stessi vincoli per il nazifascismo ma anche per il comunismo. La verità, almeno quella storica, non può ammettere eccezioni. E' inaccettabile una alleanza di governo con protagonisti adepti della setta sanguinaria comunista".



Immediate le repliche dalla maggioranza e dall'opposizione.




Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, sottolinea: "Divieto di apologia del comunismo? Volontè si rilegga la storia della Repubblica Italiana e lì troverà la risposta sul ruolo che i comunisti hanno avuto in Italia. I comunisti hanno dato la vita per la Liberazione del nostro Paese dal nazifascismo e per ripristinare la libertà in Italia".
"Paragonare il comunismo al fascismo - prosegue Sgobio- significa misconoscere la stessa Carta Costituzionale, nata grazie al contributo di tutte le forze democratiche e antifasciste italiane, comunisti compresi. Il capogruppo dell'Udc si rilegga la storia. Rispetto alle alleanze di governo, inoltre, Volontè si guardi attorno: troverà accanto a sé non solo gli eredi ma anche i sostenitori convinti del fascismo, inviso e combattuto dalla stessa DC, suo partito d'origine politica".
Il vicepresidente leghista del Senato Roberto Calderoli rileva: "Seppur condivisibile è superflua o comunque tardiva la proposta dell'onorevole Volontè di istituire il divieto di apologia del comunismo: la XII norma transitoria finale della Costituzione dispone che 'E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista'. Ma fascismo e comunismo non solo altro che le due facce della stessa moneta ed è inverosimile che questa moneta, fuori corso in tutto il resto del mondo, lo sia restata ancora solo in Italia".
"Ma come il Paese a suo tempo seppe attuare una resistenza contro il fascismo oggi la sta organizzando anche contro il comunismo. Resistere, resistere, resistere", conclude Calderoli. Infine Gianfranco Rotondi, segretario della Democrazia Cristiana per le Autonomie, commenta le parole dell'esponente dell'Udc: "Non condivido l'iniziativa dell'amico Volonté: non esiste il comunismo, ma tanti partiti comunisti. Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l'ha portata col sangue dei partigiani".



Io non capisco queste distinzioni. In Italia c’è stato o no il comunismo? Quando conviene si dice di no, che in Italia (per fortuna) il comunismo non c’è mai stato, quindi adducono questa scusa per giustificare il persistere nel nostro panorama politico di partiti che si richiamano direttamente alla dottrina comunista. Il ragionamento è questo: il comunismo come ideologia è giusta, è stata sbagliata, nelle varie parti del mondo, la sua applicazione; loro quindi si rifanno all’ideologia, non ai vari tentativi di applicazione di siffatta ideologia, che nel corso della storia si sono susseguiti e i cui esiti sono sotto gli occhi di tutti. Quindi sarebbe plausibile in Stati in cui non si è avuto un regime fascista o nazista, avere partiti che si rifanno a questa ideologia, non però alle loro applicazioni: quindi, in alcuni paesi, partiti fascisti o nazisti seguendo questa logica, potrebbero esistere tranquillamente? Altri dicono che ai “comunisti” si deve il ripristino della libertà in Italia in quanto hanno determinato la Liberazione dal nazi-fascismo. Tralasciamo l’effettivo apporto in termini “militari” che i “comunisti” (non assimilabili a tutti i partigiani in quanto non tutti i partigiani erano “comunisti”) hanno dato agli Alleati per la cacciata dei nazi-fascisti, che spesso si riduceva a personalistici regolamenti di conti, ma siamo sicuri che i comunisti abbiano agito solo perché mossi da puri aneliti di libertà e non perché strumentalizzati da chi già pensava ad una futura spartizione delle regioni da sottoporre al proprio giogo e alla propria influenza? Non mi cimento in risposte, ma mi sembra facile cavalcare l’onda in virtù degli avvenimenti che negli anni si sono succeduti e assurgere al ruolo di paladino della libertà. Se così fosse tutto ciò striderebbe con l’appellativo di “comunisti”, di cui tanto sono orgogliosi e fieri; tutto ciò striderebbe con i simboli di cui si fregiano e in nome dei quali milioni di persone hanno perso la vita e tanti altri milioni una vita non l’hanno mai avuta, in quanto considerati non uomini, ma semplici tasselli di un mosaico senza nessuna sfumatura di colore. Comunismo e libertà. Non vi sembra siano parole autoescludentesi? Oppure, da come si può desumere dalle parole di Rotondi, è possibile distinguere tra un comunismo buono (ovviamente quello italiano) ed uno cattivo?



Mentre c’è chi si barcamena tra dichiarazioni più o meno politicamente corrette e retoriche, mi sembra utile riportare non il solito freddo elenco di milioni di morti e di barbarie perpetrate dai vari dittatori amanti del popolo nel mondo, ma un aneddoto:

Mosca - Nella notte fra il 24 e il 25 febbraio del 1956, il leader sovietico Nikita Krushev denunciava agli attoniti partecipanti al ventesimo congresso del Pcus gli orrori del regime staliniano. Krushev dovette armarsi di grande coraggio: il congresso era nettamente diviso fra stalinisti e riformisti, e perciò il leader sovietico scelse l'ultima notte di lavori, dopo che le cariche nel comitato centrale erano state già assegnate, per lanciare quella che fu poi definita una "bomba". Nessuno sapeva fin dove sarebbero volati i frammenti di quella bomba, né poteva immaginare che pochi mesi dopo, in ottobre, lo stesso Krushev avrebbe schiacciato con i carri armati l'Ungheria riformista. Nella sala del congresso, 1426 deputati e cinquantacinque rappresentanti dei 'partiti fratelli' dell'est ascoltarono esterrefatti, in un silenzio di tomba rotto solo da qualche grido di indignazione, l'elenco degli orrori del regime staliniano. Molti accusarono malori, alcuni svennero e furono portati via in barella. Un congressista interruppe a un certo punto Krushev per chiedere: «Perché non lo avete ammazzato, quel figlio di puttana?». Il leader sovietico replicò aspramente: «Chi lo chiede?». Dai deputati non venne alcuna risposta. «Chi è stato?», insistette. E mentre il silenzio si prolungava, Krushev affermò in tono calmo: «Ora capite perché non lo abbiamo ammazzato».

Mentre alla fine degli anni '50, in Russia, il comunismo cominciava a far vedere il suo vero volto, iniziando a perdere l'ampia approvazione della popolazione, in Italia cresceva l'ammirazione, da parte degli studenti, per Stalin, Mao e tutti gli altri responsabili di Genocidi senza precedenti. Nelle scuole, allora come oggi, si studiava la storia scritta dai comunisti, non lasciando spazio alcuno a nessun tipo di ideologia "controcorrente", indottrinando così le nuove generazioni all'epopea dei falsi miti dell'est, quei miti che avevano realizzato un perfetto "paradiso comunista". Orrori della storia spesso sono stati ignorati dai libri per comodità o per interessi personali dei docenti e di tutte quelle persone che con orgoglio e in nome della democrazia manifestano con "pugno in alto" e "bandiera rossa"! Persone che non accettano critiche, non riconoscono, o fingono di non riconoscere, gli errori della sinistra, negano milioni di morti, rifiutano forme di dialogo, si sentono i custodi della Verità, i difensori dei diritti dell' uomo, quando i loro uomini al potere questi diritti li hanno calpestati indegnamente! Oggi assistiamo ad avvenimenti che rasentano la follia, a comportamenti assurdi, come le grandi mobilitazioni di tutti i movimenti di sinistra, dai verdi a Rifondazione Comunista con grandi sventolii di bandiere (tra cui immancabile quella di CUBA!!!!!!!) contro la Pena di Morte quando gli Stati Uniti, annunciano pubblicamente la data di un'esecuzione capitale. Ma dimenticano forse che tutti i paesi sottoposti a regime comunista sono grandi conservatori della pena di morte? A Cuba, in Russia, in Cina ogni giorno si eseguono esecuzioni sommarie per reati minori o reati di opinione. W il comunismo, W la libertà.. Oppure no?

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mercoledì 24 ottobre 2007

ROCCHETTA s.p.a. e la scomparsa dell’acqua a GUALDO TADINO (PG)


Lungo la dorsale degli appennini dell’Italia centrale, nella città di Gualdo Tadino(PG), i cittadini stanno protestando per una mancanza d’acqua nelle condutture idriche comunali. Fiaccolata verso la ROCCHETTA s.p.a. PROTESTA ACQUA! Questa situazione ha inizio oramai da metà settembre 2007. Il fenomeno delle turnazioni si sono sempre più intensificate. Inizialmente si sono verificate delle sospensioni notturne, ora siamo giunti a sospensioni anche diurne con un disagio notevole dei cittadini gualdensi. Per alleviare a questa mancanza d’acqua, si sta intervenendo con autobotti che riforniscono i conservoni di Gualdo Tadino. L’acqua viene prelevata dalla cittadina di Branca(PG) da una nuova conduttura momentaneamente inutilizzata per un nuovo ospedale in costruzione. Da sottolineare che questa rifornitura soddisfa solo il 3% dell’esigenza totale d’acqua della cittadina.
Ora, questa situazione a dir poco assurda, si è venuta a creare per due motivi. Prima cosa per la siccità. Le precipitazioni invernali (sopratutto quelle nevose), non sono state sufficienti per rinforzare le falde acquifere di profondità. Secondo motivo e quello principale, manca acqua a causa dei prelievi industriali della Rocchetta s.p.a.

La Rocchetta s.p.a. sta prelevando acqua nella zona di Gualdo Tadino tramite pozzi artificiali profondi dai 300 ai 600 metri. Questo fatto va sottolineato e rimarcato per far capire che non si preleva acqua di sorgente, ma si preleva da pozzi in modo forzato. Questo è devastante per qualsiasi bacino idrico in quanto ogni anno il livello dell’acqua si abbassa costantemente, fino a seccare fiumi e sorgenti millenarie. Queste affermazioni sono supportate dal Prof. Tulipano e Prof. Sappa dell’Università “La Sapienza” di Roma i quali hanno fatto uno studio della zona in questione grazie anche all’aiuto economico del comune di Nocera Umbra(PG).
Lungo la cittadina di Gualdo Tadino, scorreva il RIO FEO. Sottolineo scorreva perché ora sono tre anni che il fiume non c’è più, completamente secco. Così come si stanno seccando anche i fiumi limitrofi, il Vaccara e il Rio Fergia. Quest’ultimo ha anche un Comitato che ne è a difesa, dove sono anni che lottano su tutti i fronti legali per far restare l’acqua al suo posto, contro i prelievi industriali della Rocchetta s.p.a. Ora, siamo arrivati al punto che l’acqua non c’è più. Manca l’elemento della discussione e elemento di vita per qualsiasi essere vivente.


Il signor Angelo Viterbo, Responsabile delle Politiche Territoriali della Regione Umbria, dichiarò ad una intervista di “W l’Italia Diretta”, che se a un solo cittadino fosse mancato un solo litro di acqua, immediatamente sarebbero stati sospesi i prelievi industriali. L’acqua viene razionata, ma la Rocchetta s.p.a. preleva ancora dai pozzi e i cittadini stanno a secco. Questa è solo una delle tantissime ILLEGALITA’ della Rocchetta s.p.a. Non basterebbe un giorno intero per elencarle tutte. Inotre, concludo dicendo, che la Rocchetta s.p.a. ha messo in piedi l’IDREA s.r.l., una società satellite nata solo per arrivare a una nuova concessione di prelievo industriale. Infatti, la regione Umbria ha concesso all’IDREA s.r.l. il prelievo d’acqua nella zona tra Gualdo Tadino(PG) e Boschetto(PG). Il pozzo è già esistente e eseguito quattro anni fa dalla Rocchetta s.p.a., la concessione è a nome dell’IDREA s.r.l. e l’eventuale conduttura finirebbe proprio negli stabilimenti d’imbottigliamento della Rocchetta s.p.a. In pratica la Rocchetta s.p.a. ha due concessioni sullo stesso territorio. Spiegare tutto in poche parole non è semplice, ma qui si sta consumando un sopruso da anni. Il Comitato per la Difesa del Rio Fergia è forte e tenace, tanto da arrivare a un ricorso al TAR per le innumerevoli illegalità. Il 24 Ottobre 2007 sapremo se il TAR avrà accolto o meno le denunce del Comitato e proseguire con le indagini del caso.
Metto qui di seguito alcuni link utili e alcuni filmati espicativi, sopratutto vedere i filmati di W l’Italia Diretta:



Articolo a cura di: Massimo Michelini

domenica 21 ottobre 2007

Troppa libertà in "rete"





Siete tra quanti si indignarono per l’ “editto bulgaro” di Berlusconi? Quello con cui tappò la bocca a Biagi, Luttazzi e Santoro? Bene, in politica, più che in qualsiasi altro settore, sembra che al peggio non vi sia mai limite. Si è passati dal chiudere la bocca a tre giornalisti scomodi al tentativo di chiuderla all’intero Web italiano. Ci sarebbe da ridere, se non ci si dovesse incazzare. Ma veniamo ai fatti. Il 12 ottobre del 2007 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge (successivo alla “legge delega” del 3 agosto) noto come Levi-Prodi, per il quale chiunque abbia un blog o un sito personale deve registrarlo ad uno speciale registro dell'Autorità delle Comunicazioni, producendo dei certificati e pagando eventuali marche da bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro. Il disegno di legge obbliga inoltre a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all'albo come direttore responsabile. Il mancato rispetto di queste regole comporterà la chiusura dell’eventuale sito o blog.

Ma cosa occorre per registrarsi a questo Registro degli Operatori di Comunicazione? Tale registro ha sede a Napoli e fa parte dell’Autorità per le garanzie sulle Telecomunicazioni, sul loro sito è possibile consultare la serie degli adempimenti da espletare per ottemperare a questa “formalità”, per visualizzarli clicca qui.

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Questa notizia, piombata sul popolo di internet come un fulmine a ciel sereno, naturalmente, è stata data da pochissimi editori, tra i quali Beppe Grillo, Punto-Informatico.it, Xavier Jacobelli su Quotidiano.net e qualche altro portale che non ha nulla a che vedere con il servizio di informazione. Silenzio da tutti gli altri mezzi di informazione.

Oltre alla natura censoria del disegno di legge, va sottolineato anche un altro rovescio della medaglia, ovvero la morte di tutti i piccoli provider italiani, i quali si troveranno di fronte ad una migrazione di massa verso server ubicati in democrazie di nome e di fatto. Occorre considerare inoltre, la montagna di introiti extra che otterrebbe il registro con questo disegno legge ( già soprannominato da alcuni “internet tax”), la cui giustificazione è la necessità di “tutelare dalla diffamazione”. Non ci rimane che augurarci che questo provvedimento non vada molto lontano, alla faccia di chi teme una rete (ed un’informazione) LIBERA, e vorrebbe metterle il bavaglio.

Firmate la petizione "No al DDL che limita la democrazia in Rete"

venerdì 19 ottobre 2007

Giustizia a stelle e strisce, il caso di Carlo Parlanti




In una sentenza che risale all'11 settembre scorso, ma di cui si è scoperta l'esistenza solo qualche giorno fa, un giudice di Los Angeles ha affermato che il regime di detenzione fissato dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, destinato ai boss mafiosi, ha caratteristiche "che costituiscono una forma di tortura" e violano la convenzione delle Nazioni Unite in materia. Questo per giustificare la negazione all'Italia dell'estradizione di un membro della famiglia mafiosa dei Gambino, sostenendo appunto che costui sarebbe con ogni probabilità destinato a una forma di tortura. Certo è difficile accettare lezioni su questo tema dagli USA, e se purtroppo non fosse una notizia vera, potrebbe apparire una barzelletta. Volevo riagganciarmi a questo caso per parlare invece della situazione di Carlo Parlanti. Non so quanti di voi conoscano la sua storia, ma per chi non ne fosse a conoscenza cerco di fare un riassunto attraverso il racconto dell’onorevole Zacchera. “Ci sono posti dove forse il Signore non sapeva cosa metterci e così ha lasciato uno spazio vuoto, desolato. Gli uomini allora ci hanno inventato un carcere ed intorno è cresciuto un paese. Così è nato Avenal, California, ma non è quella dei film. Davvero non so se i 15060 abitanti indicati dal cartello verde che a un certo punto nasce dal nulla e segnala l’inizio del paese a fianco della strada statale sia corretto, e se soprattutto inserisca i circa 8000 detenuti del carcere statale, almeno il 50% in soprannumero sui posti disponibili. Avenal vive del carcere e ci si muove dentro, ma perfino gli onnipresenti uccellacci neri che ogni tanto volano in tondo si tengono prudentemente lontani dal filo spinato. Gli americani hanno fatto le cose perbene, tecnicamente perfette: tre barriere di rete fitta e filo spinato (quella interna è ad alta tensione), le torri che segnano il perimetro. Ma qui la luce è abbagliante, torrida, e illumina il grande pentangono del perimetro dove dentro vivono migliaia di persone a 41° all’ombra, con in giro sorveglianti che dalla faccia sembrano di aver già visto di tutto e sopportato di più. Gente spiccia, dura, con una batteria di utensili alla cintura che fa tanto yankee ma anche disciplina. A te - che entri in visita- chiedono tutto: moduli, chiavi, passaporto, scarpe, ogni vestito che abbia una tinta blu, macchine fotografiche (ovvio) ma anche penne e fogli di carta. La tessera da deputato e il foglio con i timbri con il permesso di accesso viene guardato con disprezzo “ Ma che ci vieni mai a perder tempo qui?” ti dicono occhi silenziosi e solo allora tu alzi lo sguardo verso le celle, grandi box di cemento praticamente senza finestre. Ad oggi i detenuti sono quasi 8000, quasi il doppio del previsto, e le celle sono ciascuna per 400 (quattrocento!) persone. Credetemi: ho visitato carceri di massima sicurezza in Italia e visto il degrado di celle in Rwanda, in Egitto, in Bielorussia, ma in qualche modo - rispetto a qui – paiono quasi umane anche se tragiche perché è soprattutto il numero e la folla ad angosciarti. Eppure sei solo in un carcere a livello “due”, l’intermedio, non sei certo (ancora) nel braccio della morte. Controlli, foto, verifiche e entri dopo aver posato scarpe, orologi, gioielli, penne, perfino la cintura. Passi i raggi x ed entri nel perimetro ma per farlo passi tanti cancelli elettrici comandati a distanza e che si aprono in sequenza, mentre ti scrutano dall’alto. Alla fine entri nel parlatorio, un salone stipato di coppie, dove la metà sono principi azzurri. Tutti in blu i detenuti, con le scritte gialle sul pantalone sinistro del rispettivo numero di matricola. Per questo gli ospiti a colloquio non possono indossare il blu: sbagli non sono concessi, equivoci pure. Nell’alveare di una delle sale (sono almeno sette) tante file di tavolini bassi (li hanno abbassati – dicono – perché prima sotto si facevano nascosti “atti impuri” ). Ciascuno con due sedie, un numero sul tavolino - manco fossimo in un night per le ordinazioni - ed ogni tavolo è comunque rigorosamente rivolto verso la cattedra dei sorveglianti. Sullo sfondo macchine distribuiscono caffè, bibite e tutto quel campionario di fritti e patatine in bustine che fanno la gioia di chi le mangia come vitelli all’ingrasso, ma sono la dannazione dei dietologi americani. Adesso capisci perché ti hanno permesso di portare – visibili in un sacchetto di cellophane – fino a trenta dollari, ma in moneta o in tagli da uno: servono per far funzionare le macchinette dispense sul fondo della sala e c’è chi sta dentro ad aspetta il sabato solo per mangiare queste cose, visto che i colloqui per i detenuti sono il grande evento della settimana, prenotato a volte da mesi. Il “nostro” carcerato non arriva ed allora ti guardi incontro: qualche vecchietto incanutito, un paio di detenuti sulla sedia a rotelle, molti i ragazzi robusti, pochi i detenuti di colore e ancor meno le ragazze carine in visita: trionfa la mezza età. Qualche bambino corre tra i tavoli ma è bruscamente richiamato da una sorvegliante, si ferma e piange. Passa più di mezz’ora e finalmente spunta il “nostro”. Ecco Carlo Parlanti, 43 anni di Montecatini, operatore informatico ed ex dipendente di una multinazionale e dentro ormai da più di tre anni per stupro. Lui proclama la sua innocenza e se scorri gli atti processuali mediti che in Italia un qualsiasi neolaureato in giurisprudenza chiedere non solo l’assoluzione e che un qualche “tribunale del riesame” forse lo avrebbe rispedito a casa in un lampo. Non siamo giudici, non spetta a noi decidere, ma l’obbligo è di raccontare. Luglio 2002: Parlanti lascia la sua amica e dopo un po’ di anni in America torna in Europa, da dove gira il mondo facendo il suo lavoro. Le cose gli girano benone, ma due anni dopo, di passaggio all’aeroporto di Dusseldorf venendo dall’Irlanda, un doganiere tedesco deve avergli detto “ Warten Sie, bitte!” Bloccato, scopre che su di lui da 20 mesi pende un mandato di arresto internazionale e lo schiaffano dentro. Dentro e basta: nessuna possibilità di telefonare, chiedere del consolato italiano, avvisare la famiglia. E intorno si parla solo tedesco: i suoi diritti? E chi mai li conosce? In Italia diventano matti perché non lo trovano più poi –scoperto – inizia un lungo braccio di ferro per istradarlo, ma la Magistratura di Milano alza le mani: da noi non ha precedenti e non ha fatto alcun reato, se la vedano tedeschi ed americani”. Ricordate Alberto Sordi in “Detenuto in attesa di giudizio?” Solo che questo non è un film e serve poco la comune cittadinanza europea: sette mesi e poi imbarco per gli USA, ammanettato. Arriva e passa alla prima tappa, il carcere di dove si “ammorbidiscono” i prigionieri. Nessuna ora d’aria, pila in faccia a tutte le ore e alla fine una proposta semplice semplice: “Dichiarati colpevole anche di uno solo dei reati, qualche mese e sei fuori e per Natale stai già in Italia, ok?”
E’ il metodo usato per tutti, il 96% dei processi in California finisce così e giudice e pubblico ministero (che sono cariche elettive popolari) possono citare con orgoglio le loro statistiche “Abbiamo preso il 96% di rei confessi, il sistema funziona”. “Per niente, io non ho violentato nessuno” prova a sostenere Parlanti. Il processo è duro, controverso, le prove sembrano vacillare, la vittima cade in vistose contraddizioni ma alla fine la giuria popolare ci crede (sembra che il PM abbia giurato che in Italia Carlo avesse già subito condanne per reati sessuali, ed almeno questa è una infamia ed una grossolana bugia, la sua fedina penale è intatta). “Colpevole “si esprime la giuria e fanno nove anni di carcere, buttando via la chiave. Da tre anni Carlo Parlanti è ad Avenal, ma difendersi è dura: è emerso che alcune foto sembrano davvero false, che non ci sono prove dirette, che la denuncia di stupro è stata presentata 21 giorni dopo e non ci sono test medici, ma intanto stai dentro e l’appello costa fiumi di denaro, che non ci sono. Carlo è malato e glielo si legge negli occhi, prova a spiegare che cosa significhi vivere in una cella di 400 persone senza freni, cosa succede quando spengono la luce, quale sia la sua dieta che al massimo si può integrare con 90 dollari al mese. Carlo è pure sfortunato con la logistica: Avenal dipende dal nostro consolato di San Francisco ed il console Roberto Falaschi fa quel che può, ma per andarlo a trovare in pieno deserto ci vuole più di una giornata. In compenso magistrati, avvocato e consolato competente per la causa penale è Los Angeles, trecento chilometri più a sud. Anche per la burocrazia italiana Parlanti è una specie di apolide. Volano le ore, l’altoparlante annuncia l’uscita mentre le copie ai tavolini si stringono strette, bambini che piangono, porte che lasciano entrare l’aria bollente del mezzo pomeriggio. Finalmente fuori dal recinto scatto una foto all’intero complesso e dopo un attimo arriva un’auto con sirena: “Lei Sta fotografando un sito vietato!” Come non detto, non si deve vedere Avenal, California, quella diversa dai film".
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Diamo un po' i numeri




Le “primarie” di domenica 14 ottobre, hanno sanzionato la plebiscitaria nomina di Veltroni a segretario del neonato Partito Democratico. In che modo questo importante avvenimento ha influenzato il gradimento verso i principali attori politici e le intenzioni di voto degli elettori? Cerchiamo di capirlo attraverso l’ultimo sondaggio della EKMA. La fiducia dei cittadini nel Governo, dopo una continua parabola discendente, ha registrato un incremento del 2% e si attesta su una percentuale del 35%. La fiducia in Prodi resta stabile al 27%. Il ministro più amato si riconferma Di Pietro che raccoglie la maggior fiducia e si attesta al 39% di preferenze sorpassando D’Alema, fermo invece al 35%. Per quanto riguarda il centrodestra, Berlusconi, che continua ad essere il politico che riscuote in assoluto maggiori consensi, si attesta su un dato stabile del 53%, Gianfranco Fini cresce di 4 punti e arriva al 42% merito anche della riuscita manifestazione di sabato scorso. Pierferdinando Casini è stabile al 30%.


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Per quanto riguarda i partiti, la situazione è la seguente. Nel Centrosinistra il PD, con il 30% di voti viene incoronato il primo partito d’Italia, e permette alla coalizione di centrosinistra di far segnare, per la prima volta dal 2007, una tendenza positiva. Il successo ottenuto dal PD rallenta però la crescita dell’ Italia dei Valori di Antonio Di Pietro che si attesta comunque al 4%, circa il doppio di quanto ottenuto alle ultime politiche. Tra i partiti che si collocano più a sinistra, i Verdi di Pecoraro Scanio riscuotono un 3% di preferenze. Rifondazione al 3,5 si mantiene stabile rispetto a settembre, ma ha la metà dei voti rispetto alle politiche. I Comunisti Italiani con l'1,5 recuperano mezzo punto rispetto al mese scorso, ma rimangono al di sotto del risultato delle politiche. Per la prima volta da gennaio ad oggi i Popolari di Mastella scendono al di sotto delle politiche con l'1,2. Complessivamente la coalizione recupera più di un punto sul Centrodestra. Nel Centrodestra, Forza Italia è al 29%, AN all'11%, La Destra è al 3% e l'UDC al 3,5%. Forza Italia è stato dal mese di gennaio il primo partito italiano, ed è la prima volta in 10 mesi, che il partito di Berlusconi perde dei punti percentuali, d'altronde sconta la risalita di Alleanza Nazionale che approfitta dell’ effetto mediatico dell’ultima manifestazione a Roma, che ha consentito di recuperare 2 punti percentuali. La Lega si attesta sul 5% e si mantiene al di sopra del risultato delle politiche 2006. La Destra di Storace ottiene un 3%, le posizioni tenute dal suo leader forse non sono esteticamente condivise dalla maggioranza degli italiani, ma sicuramente gli hanno prodotto un netto profilo identitario che ormai determina un risultato consolidato. La misurazione di questo nuovo partito, che affonda le sue radici nella tradizione italiana, l'avremo fra poco più di 6 mesi alle amministrative, dove in Sicilia e nel Lazio rischierà di avere risultati addirittura a due cifre. L'UDC con il 3,5% dei voti, ha poco meno della metà dei consensi avuti alle politiche poco per le ambizioni di Casini. Complessivamente l'opposizione si attesta al 52,9. Se si votasse domani, la Casa delle Libertà sarebbe favorita per la vittoria, ma resta da valutare fino a che punto l’effetto Veltroni sarà in grado di trainare la coalizione di centrosinistra verso una rimonta che consenta di raggiungere e/o superare la CDL.


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domenica 14 ottobre 2007

Il nuovo PD e gli scenari futuri




Domenica 14 ottobre. E’ finalmente arrivato il giorno delle primarie del neonato PD. Innanzitutto occorre un precisione “tecnica”: le elezioni primarie sono una competizione elettorale attraverso la quale gli elettori o i militanti di un partito politico decidono chi sarà il candidato del partito (o dello schieramento politico del quale il partito medesimo fa parte) per una successiva elezione di una carica pubblica. Le votazioni di oggi invece porteranno all’elezione diretta di un segretario di partito, e questa rappresenta una grande novità, non solo per lo scenario politico italiano. Il risultato di queste votazioni, tuttavia, è scontato: Walter Veltroni sarà il primo segretario del PD. Le uniche incertezze e le uniche curiosità, più che altro statistiche, sono legate alle percentuali di voto dei non eletti e cioè di Rosi Bindi, Enrico Letta e Mario Adinolfi. Per la prima sarebbe un successo avvicinarsi, o raggiungere, la soglia del 20%, traguardo fissato per Letta sulla soglia del 10%. Per Adinolfi il solo fatto di essere candidato è un successo. Il dato più rilevante politicamente sarà senz’altro l’affluenza alle urne. Veltroni ha detto che un’affluenza di un milione di persone sarebbe un successo, ciò vuol dire che si aspettano almeno 2 milioni di elettori. Staremo a vedere.

I possibili scenari politici

Con l’aiuto di un articolo pubblicato su Dagospia, cerchiamo di prevedere quello che, all’indomani dell’elezione di Walter Veltroni a segretario del Pd, potrebbe accadere nello scenario politico italiano:

Arrivati i risultati definitivi Veltroni, incoronato segretario del Partito Democratico, annuncia di volersi dedicare a tempo pieno al nuovo partito.
La prima mossa di Veltroni potrebbe essere l’abbandono della carica di sindaco di Roma (il mandato gli scadrebbe “solo” ad aprile/maggio 2008), ma subito si presenta un piccolo/grande problema: Veltroni si è dimenticato di costruire un suo successore. Se si eleggesse quindi il nuovo sindaco di Roma nella prossima primavera, il centro-sinistra andrebbe incontro alla disfatta, in quanto non ha un candidato degno di questo nome. Ecco perché in queste ore c'è un pressing asfissiante sull'unico nome in grado di sfidare Gianfranco Fini, autoproclamatosi candidato del centro-destra. Sarebbe un grande remake: Francesco Rutelli, che però sta dicendo di no a tutti. Per ora. L'abbandono del Campidoglio è solo l'antipasto.
La seconda mossa di Veltroni è puntare sulla crisi di governo e sulle elezioni anticipate nella primavera 2008. I sondaggi sono catastrofici, ma non importa. Andare a votare subito, per Veltroni, comporta numerosi vantaggi. Primo: scaricare tutta la colpa della debacle su Romano Prodi. Io sono appena arrivato, che colpa ne ho io, direbbe Veltroni in campagna elettorale. Secondo: rivoluzionare il centrosinistra. Il Pd di Veltroni andrebbe alle elezioni, senza alleanze con Rifondazione. Un piano in apparenza suicida, ma che consentirebbe a Walter di rendersi credibile agli occhi dell'elettorato, dell'establishment e che potrebbe inoltre aprire le porte ad alleanze centriste. E se il Pd da solo recuperasse consensi, arrivando magari al 35 per cento, il merito sarebbe tutto suo. Terzo: mandare a casa i parlamentari e i dirigenti del vecchio Ulivo e spedire in campo una classe dirigente tutta nuova e veltronizzata. Via i peones democristiani, via i deputati dell'era Fassino, le anneserafini e le barbarepollastrini. Con D'Alema azzoppato dalla Forleo destinato a girare il mondo, a fare la fine di Al Gore, senza premio Nobel, però. In Africa, al posto di Walter, ci andrà lui. Infine Berlusconi: se si votasse nel 2008 probabilmente vincerebbe lui, ma il Cavaliere Trapiantato non vuole più Palazzo Chigi, sogna il Quirinale e vuole diventare il presidente di tutti gli italiani, non solo dei nerboruti forzisti alla Cicchitto che ormai detesta e di cui si vorrebbe sbarazzare. Per farlo gli serve la simpatia del Pidì di Veltroni. Walter è l'uomo che già nel 1990 scrisse il libro “Io e Berlusconi”. E Berlusconi sarebbe il più veloce a offrire a Walter il ramoscello della pace. Il che significa: riforme da fare insieme, nomine da spartire (dalle presidenze delle Camere alla Rai), basta con i ricatti di ex-democristiani, comunisti rifondati, leghisti arrapati, girotondini in andropausa e grillini col dito sul grilletto.
Gli ambasciatori sono già al lavoro da tempo: Gianni Letta è ottimo amico anche di Walter, che lo vorrebbe in un fanta-governo da lui guidato, ma potrebbe anche finire nel modo opposto e cioè Veltroni vice di un governo Letta, con Berlusconi al Quirinale.Sarebbe il trionfo del codice Veronica. “Moglie esemplare” di Silvio, grande amica di Walter, futura first lady della Terza Repubblica.

La "sinistra" dialettica del Disobbediente



video





Manifestazione nazionale studentesca a Trento. Una ragazzo di 17 anni sta facendo una video-intervista agli studenti per un lavoro scolastico e cerca di intervistare il leader dei Disobbedienti locali, tal Donatello Baldo (che l'età della scuola dovrebbe averla passata da un pezzo) il quale spenge il suo sigaro in piena faccia al ragazzo e cerca di aggredirlo insieme ai suoi sgherri.Il tutto davanti a decine di persone nella piazza centrale e con la polizia a due passi.

Le incredibili giustificazioni date da Balbo alla stampa sono:

- "Ho cominciato a smettere di fumare e sono nervoso"

- "L'anno scorso lui e i suoi amici hanno assaltato il centro sociale spranghe in mano"(come no, basta vederli in video i terribili ragazzi per capire subito che sono dei sanguinari fascisti )

- "Ho otto avvocati che mi difendono e non mi pento".

clicca qui per ingrandire

Che bella gente questi "disobbedienti"..


giovedì 11 ottobre 2007

Uranio impoverito, quale verità?




LE NOTIZIE DI OGGI


Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, davanti alla Commissione di indagine del Senato sulle armi all’uranio impoverito, ha dovuto ammettere il decesso di almeno 37 militi colpiti da varie forme di tumore, conseguenza diretta del contatto con un materiale così pericoloso. Logico che i morti, ed i malati, siano molti di più, come confermano le stesse associazioni dei familiari delle vittime. Una tragedia risultato dell’impreparazione delle nostre truppe e del cinismo dei comandanti nel tenere segreta una minaccia che altri eserciti, come quello americano, conoscevano già da tempo. Il fatto più grave è purtroppo che per oltre sei anni, e precisamente dal 14 ottobre 1993, quando gli Stati Uniti hanno emanato le norme di protezione per le forze operanti in Somalia durante l’ operazione Restore Hope, fino alla data del 22 novembre 1999, sopra citata, i nostri reparti sono rimasti a operare senza alcuna protezione.In Somalia, le forze degli Stati Uniti indossavano, con 40 gradi all’ombra, le tute impermeabili, gli occhiali, le maschere e i guanti; i nostri operavano in calzoncini corti e canottiera. In caso di combattimento utilizzavano giubbotti antiproiettile. A chi chiedeva informazioni in merito si rispondeva, più o meno, che gli USA erano “fanatici”. Non osiamo neanche immaginare quanti civili possano essere morti sui campi di battaglia della Bosnia, dell’Albania, della Somalia, dell’Iraq e di tutto il mondo. Naturalmente non ne sapremo mai nulla.


Ma se facciamo un passo indietro di qualche anno ci imbattiamo nella COMMISSIONE MANDELLI:Il 22 dicembre 2000 è stata insediata un commissione, presieduta dal Prof. Franco Mandelli, con il compito di accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi di patologie tumorali nel personale militare impiegato in Bosnia e Kossovo. La popolazione studiata dalla commissione è quella composta dai militari che dal dicembre 1995 al gennaio 2001 hanno compiuto almeno una missione in Bosnia e/o Kossovo. Sia nella prima che nella seconda relazione la commissione medica Mandelli ha escluso una correlazione tra uranio impoverito e tumori nei soldati. A giugno dello stesso anno dagli Usa arrivano notizie allarmanti. Lo stesso Pentagono avrebbe da tempo accertato la pericolosità dell'uranio impoverito. I risultati della Commissione Mandelli, escludendo qualsiasi nesso tra uranio e malattie, rendono ancor più difficile la problematica dei risarcimenti e della causa di servizio! Nella relazione si rivolgono accuse ai vaccini che sono stati inoculati ai nostri militari all’estero. “Questa potrebbe essere la causa dei tumori”, si afferma. Ma non ci si chiede perché centinaia e centinaia di civili, già dalla prima guerra in Iraq del 1991, si sono ammalati e sono morti. Certamente non erano stati propinati loro i vaccini italiani.Ovviamente, le responsabilità da parte del ministero della Salute nel caso in cui i vaccini impiegati potessero provocare tumori sarebbero enormi e tuttavia non è stato chiesto un parere né per confermare né per escludere l’ipotesi fatta.Si è parlato dei bombardamenti in Bosnia e Kossovo ma non è stato menzionato il fatto rilevantissimo (tra l’altro confermato da un esperto ascoltato dalla Commissione che si è anche scusato per quanto accaduto) che le nostre apparecchiature di rilevazione non sono state in grado di accorgersi della presenza di nemmeno uno degli oltre diecimila proiettili sparati in Bosnia.Tra l’altro, gli aerei che avevano bombardato la Bosnia anche con armi ad uranio erano decollati per lo più dall’aeroporto di Aviano e nei rapporti di volo relativi alle missioni si deve, ovviamente, dichiarare quanti e quali colpi siano stati sparati.Bastava, dunque, una telefonata al colonnello italiano che comanda la base per sapere se erano stati sparati proiettili ad uranio, quanti, quando e dove. Ma il ministro Mattarella dichiarò in Parlamento che mai l’uranio era stato usato in Bosnia! A parte i proiettili (di una trentina di grammi l’uno o poco più nei Balcani sono stati anche impiegati i missili da crociera che contengono, negli alettoni, barre di uranio da 300 chilogrammi l’una. Si è detto che nei poligoni italiani non è stato usato l’uranio impoverito. Si sprecano il numero di affermazioni in tal senso da parte del ministero della Difesa e di comandanti militari dei poligoni. Ma poi nella relazione della Commissione si legge che nessun controllo, almeno fino al 2004, è stato effettuato sulle armi impiegate per sperimentazione dalle ditte civili.Quindi, non sappiamo se quintali di armi all’uranio, in totale contrasto con quanto finora affermato, sono stati gettati nei poligoni! E non dovremmo dimenticare che i nostri militari hanno raccolto a mani nude migliaia di proiettili e che ancora oggi non sono previste, per il personale che opera nei poligoni, norme di protezione.Tra l’altro, ci si è del tutto dimenticati di un fatto di grande rilevanza che riguarda i poligoni, e cioè che esistono delle zone considerate “non bonificabili” e quindi inquinate per sempre.Negli Stati Uniti nelle zone desertiche, dove vengono effettuate sperimentazioni, zone di questo tipo vengono considerate come aree extraterritoriali, una specie di “santuari”. Ma un conto è una zona del deserto del Nevada, un conto è un’area del poligono di Teulada, a due passi da Cagliari! Si è detto che finora non vi erano disposizioni legislative per concedere gli indennizzi non solo alle famiglie dei deceduti ma anche al personale (militare e civile) che si è ammalato e si è dovuto curare, in molti casi, a spese proprie (funerali compresi quando sopravveniva la morte).


USO CIVILE DELL'URANIO IMPOVERITO


L'uranio impoverito viene spesso usato perché ha una alta densità e un costo comparativamente basso. I suoi usi più importanti sono in medicina come materiale per la schermatura delle radiazioni; in mineralogia, nei pozzi petroliferi nei pesi usati per fare affondare strumenti nei pozzi di fango; in ambito aerospaziale come contrappeso e per le superfici di controllo degli aerei (ogni Boeing contiene 1500 kg di uranio impoverito).

EFFETTI


I rischi legati al suo impiego sono piuttosto di carattere chimico. Come tutti i metalli pesanti, l'uranio è tossico. Può intaccare l'organismo per inalazione, per ingestione o per incorporazione. Se sparse in zone densamente popolate, le particelle di uranio impoverito possono provocare un'esposizione cronica continua, sulla quale non esistono ricerche scientifiche attendibili. Bonificare i territori bombardati è quasi impossibile, perché l'uranio si disperde in polvere finissima inquinando le falde acquifere, i terreni coltivabili, l’atmosfera.


LA CONDANNA DELLE NAZIONI UNITE


La Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l'uso di queste armi nella sessione dell'agosto 1996 e ha chiesto (risoluzione 1997/36) al Segretario generale un'inchiesta che riconosca che i proiettili all'uranio impoverito DU sono armi di distruzione di massa, con effetto indiscriminato, vietate dalle convenzioni internazionali e in particolare da quella dell'Aia del 1998

lunedì 8 ottobre 2007

Che Guevara: un mito?



Ricorre il 40° anniversario della morte di Ernesto Guevara, ai più noti come Che Guevara, o semplicemente il Che. Il suo primo piano immortalato in una foto scattata da Alberto Korda è stato riprodotto nel corso degli anni su milioni di magliette, poster e oggetti kitsch. Quella foto fu scattata mentre Guevara saliva sul podio durante il funerale di 140 cubani uccisi da un'esplosione di un battello, attribuita alla Cia. In realtà la foto è un fotomontaggio in quanto, nella foto originale, il comandante si trovava tra un uomo e delle foglie di palma, ma Korda, impressionato dall'intensità dell'espressione del Che, decise di isolarne il volto "encabronado y dolente" (corrucciato e triste) e nacque quel primo piano, destinato a diventare un'icona. Praticamente sconosciuta prima di essere riprodotta in Italia in occasione della morte di Guevara, l'immagine divenne rapidamente in tutto il mondo il simbolo della rivolta studentesca del '68. Comparve su poster, magliette, murales e fu usata in una miriade di dimostrazioni negli anni che seguirono. Volevo prendere spunto da questo aneddoto per capire se anche la sua storia, il suo mito, sono frutto di un “ritocco” , di un “montaggio” oppure no. A tal proposito cerco di postare il punto di vista, le ragioni di chi lo ritiene un mito, e le motivazioni che invece spingono altri a non considerarlo tale.


Io credo che anche con il “Che” ci ritroviamo di fronte alla situazione che si verifica quando si vuole fare di un uomo un idolo, un mito. Ciò determina strumentalizzazioni, sia da parte di chi ne condivide idee ed operato, sia da parte di chi non condivide né le une né l’altro. Spesso in queste situazioni ci si dimentica che in ogni caso si sta parlando di un uomo e come tale vittima delle debolezze, delle incertezze e degli sbagli tipici della natura umana. Il voler fare di un uomo un mito, un idolo, una bandiera, risponde all’esigenza di quanti cercano un’incarnazione a tutti i costi, una personificazione dei propri sogni, che possa continuare ad alimentare le proprie speranze e la propria necessità di credere in qualcosa. D’altro canto la creazione di simboli ed idoli condivisi crea aggregazione, e rende più facile il compito di quanti utilizzano questi vessilli per orientare le masse nella direzione voluta, specialmente nei regimi NON democratici, ma non solo. Per questo motivo, personalmente, in genere tendo a diffidare di tali “idoli” e cerco, per quanto mi è possibile di conservare sempre un atteggiamento equidistante e possibilmente critico. Per quanto riguarda il “che” non mi sento di esprimere un giudizio sulle sue idee, forse più nobili nelle intenzioni che nella pratica. Comunque gli va dato atto di essere stato un uomo che si è impegnato in prima persona per affermare le proprie idee, condivisibili o meno, e non ha delegato ad altri questo compito, stando magari dietro ad una scrivania con qualche segretaria .



LA VITA


Ernesto Guevara de la Serna nasce nella città argentina di Rosario, vicino al confine con il Paraguay, il 14 giugno 1928. Fin da bambino impara a convivere con l'asma, malattia che lo afflisse per tutta la vita. Pur praticando numerosi sport, la sua passione resta la lettura: Baudelaire e Neruda sono i suoi poeti preferiti. Dopo essersi trasferito a Buenos Aires, si iscrive alla facoltà di Medicina, ma appena possibile viaggia per il paese in motocicletta o in bicicletta, a ovest fino alle Ande oppure a sud nell'immensità delle Pampas. A fine dicembre del 1951 parte in moto con Alberto Granado per visitare alcuni paesi della costa del Pacifico, ma a Santiago del Cile la moto viene abbandonata e i due proseguono il loro viaggio con ogni mezzo disponibile.Ernesto inizia a tenere un diario, in cui annota puntigliosamente tutto quello che capita. Guevara nel 1953 in Ecuador, conosce Ricardo Rojo, un esiliato argentino, che gli racconta della straordinaria riforma agraria promulgata dal Presidente del Guatemala Jacobo Arbenz, che aveva avuto il coraggio di esprorpiare più di duecentocinquantamila acri di terra della United Fruit Company. Senza esitare, Guevara si dirige in Guatemala. Qui conosce Hilda Gadea, un'esiliata peruviana, che lo mette in contatto con un gruppo di rivoluzionari cubani, sopravvissuti all'assalto alla caserma Moncada: Dario Lopez, Mario Dalmau, Armando Arencibia e Nico Lopez. Essi iniziano a chiamarlo Che, parola argentina di origine guaranì, che egli, come molti argentini, usa come intercalare.Nell'agosto del 1954, in seguito all'intervento militare statunitense in Guatemale, contro il legittimo governo di Arbenz , il Che si rifugia a Città del Messico, dove ottiene un posto nell'Istituto di cardiologia all'Ospedale Generale della città. In luglio il Che incontra Fidel Castro e decide di arruolarsi subito come medico alla spedizione che si sta preparando. Dopo un lungo addestramento e due mesi di prigione, finalmente il 25 novembre del 1956 lo yacht Granma parte con a bordo ottantadue uomini con rotta verso oriente, verso l'isola di Cuba. Dopo una settimana di mare mosso e di nausea, il gruppo sbarca a Playa de las Coloradas, nella parte orientale dell'isola e nel giro di tre giorni ben settanta membri della spedizione rimangono sul campo di battaglia: solamente dodici uomini si rifugiano allora tra la vegetazione della Sierra Maestra. Gli scontri armati tra l'esercito di Batista e i barbudos, che accolgono tra le loro fila sempre più gente, durano ben due anni: il 28 dicembre 1958 Guevara, a capo della propria divisione militare, vince la decisiva battaglia di Santa Clara e dopo pochi giorni, il 2 gennaio 1959, la colonna del Che entra all'Avana.Il 9 febbraio un decreto del governo dichiara Ernesto Guevara cittadino cubano di nascita per i servizi resi alla rivoluzione. Tra giugno e novembre inizia un lungo viaggio tra i paesi non allineati: si incontra, tra gli altri, con Nasser, Nehru, Sukarno e Tito. Al ritorno è nominato Presidente del Banco Nacional de Cuba. L'anno seguente visita i paesi dell'est europeo e la Cina: intavola trattative commerciali con Mikoyan, Mao e Chu en Lai. A febbraio del 1961 Guevara viene nominato Ministro dell'Industria. Il 15 aprile mercenari finanziati dalla Cia tentano un'invasione dell'isola alla Baia dei Porci: il Che partecipa attivamente alla difesa e alla sconfitta degli invasori. La vita politica di Guevara prosegue tra mille impegni e viaggi all'estero: l'11 dicembre 1964 pronuncia un discorso davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York; pochi giorni dopo parte per l'Africa e per la Cina. Il 14 marzo 1965 rientra a La Habana. All'aeroporto lo accoglie Fidel Castro: è l'ultima volta che il Che compare in pubblico. Il 3 ottobre, in risposta alle supposizioni fatte da alcuni giornali stranieri sulla sorte del Che, Castro legge la lettera d'addio scritta da quest'ultimo prima della sua partenza da Cuba. A novembre del 1966 Ernesto Guevara, travestito ed irriconoscibile, raggiunge la selva boliviana e si aggrega al focolaio guerrigliero, che è lì installato. L'esercito di Barrientos riesce a limitare la diffusione della guerriglia, che, infatti, mai attecchirà tra gli spaventati campesinos boliviani. L'8 ottobre 1967, alla Quebrada del Yuro, vicino al villaggio di Higueras, un distaccamento di rangers si scontra col gruppo di guerriglieri capeggiato da Guevara: il Che, colpito da una raffica di mitragliatrice alle gambe, è fatto prigioniero. Poche ore dopo verrà freddato con un colpo di pistola al cuore.


IL “CHE”: UN MITO


Come tutti gli eroi, il Che combatte contro il mostro che affama e inghiotte la povera gente, compie imprese meravigliose che suscitano stupore e ammirazione, rinuncia, in nome di una giusta causa, alla tranquillità, per affrontare sacrifici e pericoli, acquista via via una saggezza, una nobiltà e una forza d'animo che lo fanno apparire come un profeta e una guida. È possibile ravvisare delle costanti antropologiche negli eroi, ma è certo che questi nel tempo hanno assunto spesso caratteristiche diverse. Il Che, ad esempio, non è un eroe classico perché non ha parentele con antenati divini. Non è un eroe medievale perché non è fedele ad un re. Non è un eroe romantico perché la sua vita non è basata solo sullo spirito. Non è un eroe moderno perché la sua azione non si fonda sul sapere. È un eroe storico perché ha compiuto imprese documentate dagli uomini. È un eroe naturale perché simboleggia il sole che lotta contro l'oscurità. È un eroe morale perché rappresenta la lotta dell'uomo contro se stesso. È un eroe universale perché non lotta per la patria, ma per l'umanità. È un eroe tragico perché la sua nobiltà d'animo e i suoi ideali puri lo conducono ad una morte prematura. Sul piano dell'etica, il Che somiglia più ad un santo che ad un eroe. Nessun altro individuo è riuscito ad incarnare in modo così completo ed esemplare la mentalità e la sensibilità dell'uomo cristiano. Egli appare come una figura ideale, modello di virtù superiori, emblema dell'amore disinteressato per l'umanità. [...] La sua figura crea gravi conflitti alle coscienze lacerate e inaridite dei suoi contemporanei, dai quali è nel contempo temuto e amato. Temuto perché rimprovera loro di vivere in un modo innaturale e perché mette in discussione l'ordine delle cose; amato perché combatte quelle norme che snaturano l'essere e mette in luce valori essenzialmente umani. Il rivoluzionario argentino è un eroe epico e tragico, un esempio di speranza e di sconfitta. Il Che che, insieme alla sua gloriosa colonna ribelle, sconfigge i soldati di Batista a Santa Clara e che poco dopo arriva come un liberatore all'Avana, è un eroe epico. È tale perché i suoi ideali non sono legati alla morte, ma alla vita, perché dopo un lungo isolamento sulle montagne, ritorna nella società dove porta un soffio di fiducia e di felicità, perché al suo nome e a quello di altri compagni sono legate imprese eroiche e leggendarie, perché la rivoluzione cubana ha segnato un'epoca e si iscrive nella memoria storica come un evento grandioso. Il Che, isolato e braccato dai soldati di Barrientos nella foresta boliviana e colpito a morte nella scuola di Higueras, è un eroe tragico. È tale perché la sua vita è contrassegnata da un crescendo di sofferenze, perché consapevolmente va incontro al suo destino, perché insieme a lui muoiono i grandi ideali per cui si era battuto, perché la sua è una nobile morte. [...]

Oppure no?



UN MITO? ...OPPURE NO?

tratto da
http://www.storico.org/

Da sempre il guerrigliero “cubano” ma di origine argentina, è stato descritto come una figura eroica e fortemente innovativa rispetto al tipico leader comunista. Questa descrizione corrisponde in parte al vero, il “Che” era sicuramente un personaggio meno freddo e impenetrabile dei conformistici leader comunisti tradizionali, ma molto di ciò che si dice del personaggio risulta lontano dalla realtà. Scorrendo su internet noi vediamo un gran numero di siti dedicati al personaggio, alla sua vita e ai suoi scritti. Molto raramente però leggiamo sui siti italiani quello che fu il suo primo incarico a Cuba dopo la rivoluzione, ovvero la direzione del grande carcere di La Cabana. In tale incarico il Che si distinse per la sua volontà di persecuzione nei confronti dei detenuti politici, molti dei quali passati per le armi. Degli anni della rivoluzione il giornalista inglese Paul Johnson ricorda che gli uomini di Guevara combatterono pochissimo, e nella famosa battaglia di Santa Clara, passata alla storia come la svolta definitiva della rivoluzione, i guerriglieri riportarono non più di sei vittime. Il capo guerrigliero non mancava di alcune asprezze, in un suo intervento, un anno dopo la rivoluzione, affermò: ”Nell’Esercito Ribelle si pensa che il fatto di costituire l’esercito popolare basti a porlo al di là della disciplina, e che la disciplina sia qualcosa che aveva motivo di esistere solamente nell’antico esercito e che nel nuovo non sia più necessaria. Si tratta di un’idea falsa e pericolosa”.
Negli anni Sessanta si ebbero a Cuba per esplicita ammissione governativa ventimila internati nei campi di concentramento per motivi politici, operazione pienamente avvallata dal grande rivoluzionario. Come responsabile del settore economico il Che dimostrò molta insensibilità per le necessità della gente, privilegiando come di consueto nei regimi comunisti di quegli anni, l’industria pesante e la più rigida pianificazione. Il Che non era particolarmente prodigo nei confronti dei lavoratori, si espresse contro il diritto di sciopero e a proposito del ruolo dei sindacati sostenne che: “I sindacati sono strettamente legati all’aumento della produttività e alla disciplina del lavoro, pilastri dell’edificazione del socialismo”. Tale politica non favorì lo sviluppo economico del paese, non solo molti progetti industriali e urbanistici rimasero incompleti, ma l’agricoltura venne danneggiata, e il paese altamente produttivo in questo settore, vide l’introduzione del razionamento alimentare. Dopo la rottura con il governo per la politica prudente e “realista” di Fidel Castro, intraprese la sua avventura in Congo, dove le formazioni guerrigliere erano ispirate più da finalità xenofobe che da intenti rivoluzionari. Infine raggiunse la Bolivia. Nel paese latino americano non ottenne il consenso del locale partito comunista, che in realtà si sentiva scavalcato dall’iniziativa, e non ottenne il consenso dei contadini indios che avevano ottenuto in quegli anni importanti concessioni dal governo di Paz Enstensoro, un socialdemocratico che aveva realizzato la riforma agraria in accordo con il governo degli Stati Uniti. Isolato e privo di qualsiasi piano d’azione, il piccolo gruppo di guerriglieri venne catturato e passato per le armi.
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“Un guerrigliero spietato, un burattino nelle mani di Castro”. Parla l'esule cubano Jacobo Machover, autore di una biografia critica.

«Ho scritto per fare i conti con un'illusione che io stesso ho coltivato da giovane. Ma pure per un dovere di memoria e verità verso le vittime del Che, noto ancor oggi a Cuba anche come «il macellaio della Cabaña», dal nome del carcere in cui fece fucilare almeno 180 persone in 6 mesi. Molti conoscono la verità, ma quasi nessuno vuole guardarla in faccia».

Per Jacobo Machover, uno degli intellettuali più noti della diaspora cubana in Europa, l'immagine eroica e «romantica» che tanti continuano a tramandare di Ernesto Guevara è il frutto di un'abile montatura inizialmente orchestrata dal regime dell'Avana. Machover è giunto a questa conclusione dopo aver conversato con alcuni dei compagni di ventura del Che ancor oggi in vita e sulla base di una lettura analitica di tutti gli scritti consultabili del guerrigliero.
Lei sostiene che Guevara fu una figura subordinata, contrariamente all'immagine di ribelle spesso divulgata. Perché?

«Fin dall'inizio, fu un comandante della rivoluzione cubana agli ordini di un capo supremo, Fidel Castro. Ed è stato soprattutto quest'ultimo a costruire nel tempo l'immagine ribelle del Che. Del compagno di battaglia capace di condurre azioni autonome. Ma in realtà l'unica azione autonoma possibile era il sacrificio per Fidel. Guevara lo rivela ad esempio nei suoi taccuini personali scritti in Congo, quando sottolinea di non aver osato chiedere ai propri uomini il sacrificio supremo e di dover espiare per questo la propria colpa nei confronti di Castro».

Si può parlare comunque di una reciproca influenza fra i due uomini?

«No, il Che non influì mai su Castro. Credo solo che Castro abbia sviluppato col tempo un senso di colpa nei confronti di Guevara, o quanto meno l'impressione di averlo inviato al martirio».

Come risponde a chi la accusa di un ritratto «selettivo» di Guevara al solo scopo di provocare?

«Ho cercato di considerare tutti gli aspetti del personaggio, da quelli per così dire buoni fino ai più spietati. E ho cercato di chiarire soprattutto alcune fasi della sua vita che mostrano il carattere in fondo ordinario e fragile di questa persona che ha certamente subìto un'evoluzione. In Bolivia, poco prima di essere giustiziato, Guevara ad esempio non fucilava più i suoi stessi uomini, come fece a Cuba. In Congo, invece, aveva impiegato punizioni molto dure».

Qual è il periodo nella vita di Guevara che resta meno noto?

«È quello compreso fra il 1959 e il 1965, il periodo in cui si trovò al potere a Cuba. Non è stato molto analizzato innanzitutto per via delle esecuzioni che il Che ordinò personalmente al carcere della Cabaña, ma anche per il ruolo imbarazzante come direttore della Banca nazionale. Fu un autentico disastro. Si tratta della fase direi più sinistra, perché il Che esercitò il proprio potere in modo implacabile su un popolo che gli era straniero».

Che uomo era, invece, quello giunto in Bolivia per combattere e qui scomparso nel 1967?

«Assomigliava a un avventuriero perduto, non più capace di fare un bilancio del proprio percorso. Per me, si tratta del lato positivo, più umano, del personaggio. È in Bolivia che si rese conto del proprio fallimento e in una certa misura di essere stato raggirato».

Com'è nato il mito del Che?

«Castro comprese molto presto quanto poteva ottenere dall'immagine del Che. Lui era morto il 9 ottobre e già qualche giorno più tardi la veglia funebre orchestrata dall'Avana fu un capolavoro di astuzia sul registro dell'emozione. Castro raccontò fra l'altro che il Che non si era arreso ai militari boliviani, il che non era vero».

Il mito ha però scavalcato di gran lunga le frontiere cubane. Com'è stato possibile?

«Grazie a una catena di falsificazioni. La stessa foto del Che divenuta celebre è totalmente ritoccata, costruita eliminando i personaggi e il contesto circostanti. L'operazione, nel suo complesso, ricorda tanti altri falsi eroi creati dai regimi di stampo staliniano».

Guevara resta soprattutto un simbolo del rivoluzionario. Come giudica questa fama?

«Sul piano ideologico, Guevara aveva idee abbastanza confuse. Non aderì mai pienamente alla dottrina marxista-leninista e prese in prestito certi concetti senza però maneggiarli agevolmente. Negli ultimi scritti, cercò egli stesso di contribuire al proprio mito per la posterità».

Che bilancio complessivo darebbe del personaggio?

«È possibile definirlo come un ruolo secondario in un grande film storico. Ma di questo ruolo secondario si è fatto un simbolo, anzi quasi un feticcio, che giova ancora a tanti. Non solo a Castro, ma anche a molti altri che cercano di giustificare i propri ideali. Una giustificazione anche per dire che non ci si è sbagliati del tutto e che accanto a Stalin ci furono comunque figure integre».

Una specie di nostalgia?

«Credo di sì. Vi è inoltre l'aspetto del sogno visionario. Certi giovani, dopo aver letto le mie opere, mi accusano di voler distruggere i loro sogni. Ma per noi cubani, per tutti quelli che hanno conosciuto la prigione, per tutti i bambini cubani ancor oggi costretti ogni giorno a recitare a comando il nome del Che, più che di un sogno, si tratta di un incubo».

tratto da avvenire.it

domenica 7 ottobre 2007

Gli esportatori di Democrazia..

video

Anche se è accaduto il 18/9, mi sembra opportuno dare il giusto risalto a quanto accaduto a metà settembre a GAINESVILLE (Florida).


Andrew Meyer, 21 anni, durante una sessione di domande e risposte con gli studenti a Gainesville, in Florida, con il senatore John Kerry, intendeva chiedere al senatore perché aveva accettato la vittoria di Bush alle elezioni senza contestare l'esito del voto. Si è dilungato troppo, sforando il tempo concesso a ogni studente per interloquire con Kerry. A quel punto gli è stata tolta la parola: il microfono è stato spento e il ragazzo si è risentito un bel po'. Tanto da cercare di concludere il suo intervento, malgrado la sempre più minacciosa presenza di due, poi tre, infine quattro poliziotti alle sue costole.
A quel punto la situazione è precipitata: gli agenti hanno preso per le spalle il ragazzo, che ha cercato di divincolarsi, alzando le mani per dimostrare di essere inoffensivo ma rifutandosi di venire accompagnato fuori dai poliziotti. Che così hanno deciso di abbandonare ogni remora e usare un «taser», ovvero una pistola a scariche elettriche, che ha stordito il ragazzo, poi trascinato senza tanti complimenti fuori dall'aula dove si svolgeva il forum. Grazie alle riprese effettuate da uno studente con il telefonino, queste immagini hanno potuto fare il giro del mondo attraverso Youtube.