giovedì 11 ottobre 2007

Uranio impoverito, quale verità?




LE NOTIZIE DI OGGI


Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, davanti alla Commissione di indagine del Senato sulle armi all’uranio impoverito, ha dovuto ammettere il decesso di almeno 37 militi colpiti da varie forme di tumore, conseguenza diretta del contatto con un materiale così pericoloso. Logico che i morti, ed i malati, siano molti di più, come confermano le stesse associazioni dei familiari delle vittime. Una tragedia risultato dell’impreparazione delle nostre truppe e del cinismo dei comandanti nel tenere segreta una minaccia che altri eserciti, come quello americano, conoscevano già da tempo. Il fatto più grave è purtroppo che per oltre sei anni, e precisamente dal 14 ottobre 1993, quando gli Stati Uniti hanno emanato le norme di protezione per le forze operanti in Somalia durante l’ operazione Restore Hope, fino alla data del 22 novembre 1999, sopra citata, i nostri reparti sono rimasti a operare senza alcuna protezione.In Somalia, le forze degli Stati Uniti indossavano, con 40 gradi all’ombra, le tute impermeabili, gli occhiali, le maschere e i guanti; i nostri operavano in calzoncini corti e canottiera. In caso di combattimento utilizzavano giubbotti antiproiettile. A chi chiedeva informazioni in merito si rispondeva, più o meno, che gli USA erano “fanatici”. Non osiamo neanche immaginare quanti civili possano essere morti sui campi di battaglia della Bosnia, dell’Albania, della Somalia, dell’Iraq e di tutto il mondo. Naturalmente non ne sapremo mai nulla.


Ma se facciamo un passo indietro di qualche anno ci imbattiamo nella COMMISSIONE MANDELLI:Il 22 dicembre 2000 è stata insediata un commissione, presieduta dal Prof. Franco Mandelli, con il compito di accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi di patologie tumorali nel personale militare impiegato in Bosnia e Kossovo. La popolazione studiata dalla commissione è quella composta dai militari che dal dicembre 1995 al gennaio 2001 hanno compiuto almeno una missione in Bosnia e/o Kossovo. Sia nella prima che nella seconda relazione la commissione medica Mandelli ha escluso una correlazione tra uranio impoverito e tumori nei soldati. A giugno dello stesso anno dagli Usa arrivano notizie allarmanti. Lo stesso Pentagono avrebbe da tempo accertato la pericolosità dell'uranio impoverito. I risultati della Commissione Mandelli, escludendo qualsiasi nesso tra uranio e malattie, rendono ancor più difficile la problematica dei risarcimenti e della causa di servizio! Nella relazione si rivolgono accuse ai vaccini che sono stati inoculati ai nostri militari all’estero. “Questa potrebbe essere la causa dei tumori”, si afferma. Ma non ci si chiede perché centinaia e centinaia di civili, già dalla prima guerra in Iraq del 1991, si sono ammalati e sono morti. Certamente non erano stati propinati loro i vaccini italiani.Ovviamente, le responsabilità da parte del ministero della Salute nel caso in cui i vaccini impiegati potessero provocare tumori sarebbero enormi e tuttavia non è stato chiesto un parere né per confermare né per escludere l’ipotesi fatta.Si è parlato dei bombardamenti in Bosnia e Kossovo ma non è stato menzionato il fatto rilevantissimo (tra l’altro confermato da un esperto ascoltato dalla Commissione che si è anche scusato per quanto accaduto) che le nostre apparecchiature di rilevazione non sono state in grado di accorgersi della presenza di nemmeno uno degli oltre diecimila proiettili sparati in Bosnia.Tra l’altro, gli aerei che avevano bombardato la Bosnia anche con armi ad uranio erano decollati per lo più dall’aeroporto di Aviano e nei rapporti di volo relativi alle missioni si deve, ovviamente, dichiarare quanti e quali colpi siano stati sparati.Bastava, dunque, una telefonata al colonnello italiano che comanda la base per sapere se erano stati sparati proiettili ad uranio, quanti, quando e dove. Ma il ministro Mattarella dichiarò in Parlamento che mai l’uranio era stato usato in Bosnia! A parte i proiettili (di una trentina di grammi l’uno o poco più nei Balcani sono stati anche impiegati i missili da crociera che contengono, negli alettoni, barre di uranio da 300 chilogrammi l’una. Si è detto che nei poligoni italiani non è stato usato l’uranio impoverito. Si sprecano il numero di affermazioni in tal senso da parte del ministero della Difesa e di comandanti militari dei poligoni. Ma poi nella relazione della Commissione si legge che nessun controllo, almeno fino al 2004, è stato effettuato sulle armi impiegate per sperimentazione dalle ditte civili.Quindi, non sappiamo se quintali di armi all’uranio, in totale contrasto con quanto finora affermato, sono stati gettati nei poligoni! E non dovremmo dimenticare che i nostri militari hanno raccolto a mani nude migliaia di proiettili e che ancora oggi non sono previste, per il personale che opera nei poligoni, norme di protezione.Tra l’altro, ci si è del tutto dimenticati di un fatto di grande rilevanza che riguarda i poligoni, e cioè che esistono delle zone considerate “non bonificabili” e quindi inquinate per sempre.Negli Stati Uniti nelle zone desertiche, dove vengono effettuate sperimentazioni, zone di questo tipo vengono considerate come aree extraterritoriali, una specie di “santuari”. Ma un conto è una zona del deserto del Nevada, un conto è un’area del poligono di Teulada, a due passi da Cagliari! Si è detto che finora non vi erano disposizioni legislative per concedere gli indennizzi non solo alle famiglie dei deceduti ma anche al personale (militare e civile) che si è ammalato e si è dovuto curare, in molti casi, a spese proprie (funerali compresi quando sopravveniva la morte).


USO CIVILE DELL'URANIO IMPOVERITO


L'uranio impoverito viene spesso usato perché ha una alta densità e un costo comparativamente basso. I suoi usi più importanti sono in medicina come materiale per la schermatura delle radiazioni; in mineralogia, nei pozzi petroliferi nei pesi usati per fare affondare strumenti nei pozzi di fango; in ambito aerospaziale come contrappeso e per le superfici di controllo degli aerei (ogni Boeing contiene 1500 kg di uranio impoverito).

EFFETTI


I rischi legati al suo impiego sono piuttosto di carattere chimico. Come tutti i metalli pesanti, l'uranio è tossico. Può intaccare l'organismo per inalazione, per ingestione o per incorporazione. Se sparse in zone densamente popolate, le particelle di uranio impoverito possono provocare un'esposizione cronica continua, sulla quale non esistono ricerche scientifiche attendibili. Bonificare i territori bombardati è quasi impossibile, perché l'uranio si disperde in polvere finissima inquinando le falde acquifere, i terreni coltivabili, l’atmosfera.


LA CONDANNA DELLE NAZIONI UNITE


La Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l'uso di queste armi nella sessione dell'agosto 1996 e ha chiesto (risoluzione 1997/36) al Segretario generale un'inchiesta che riconosca che i proiettili all'uranio impoverito DU sono armi di distruzione di massa, con effetto indiscriminato, vietate dalle convenzioni internazionali e in particolare da quella dell'Aia del 1998

lunedì 8 ottobre 2007

Che Guevara: un mito?



Ricorre il 40° anniversario della morte di Ernesto Guevara, ai più noti come Che Guevara, o semplicemente il Che. Il suo primo piano immortalato in una foto scattata da Alberto Korda è stato riprodotto nel corso degli anni su milioni di magliette, poster e oggetti kitsch. Quella foto fu scattata mentre Guevara saliva sul podio durante il funerale di 140 cubani uccisi da un'esplosione di un battello, attribuita alla Cia. In realtà la foto è un fotomontaggio in quanto, nella foto originale, il comandante si trovava tra un uomo e delle foglie di palma, ma Korda, impressionato dall'intensità dell'espressione del Che, decise di isolarne il volto "encabronado y dolente" (corrucciato e triste) e nacque quel primo piano, destinato a diventare un'icona. Praticamente sconosciuta prima di essere riprodotta in Italia in occasione della morte di Guevara, l'immagine divenne rapidamente in tutto il mondo il simbolo della rivolta studentesca del '68. Comparve su poster, magliette, murales e fu usata in una miriade di dimostrazioni negli anni che seguirono. Volevo prendere spunto da questo aneddoto per capire se anche la sua storia, il suo mito, sono frutto di un “ritocco” , di un “montaggio” oppure no. A tal proposito cerco di postare il punto di vista, le ragioni di chi lo ritiene un mito, e le motivazioni che invece spingono altri a non considerarlo tale.


Io credo che anche con il “Che” ci ritroviamo di fronte alla situazione che si verifica quando si vuole fare di un uomo un idolo, un mito. Ciò determina strumentalizzazioni, sia da parte di chi ne condivide idee ed operato, sia da parte di chi non condivide né le une né l’altro. Spesso in queste situazioni ci si dimentica che in ogni caso si sta parlando di un uomo e come tale vittima delle debolezze, delle incertezze e degli sbagli tipici della natura umana. Il voler fare di un uomo un mito, un idolo, una bandiera, risponde all’esigenza di quanti cercano un’incarnazione a tutti i costi, una personificazione dei propri sogni, che possa continuare ad alimentare le proprie speranze e la propria necessità di credere in qualcosa. D’altro canto la creazione di simboli ed idoli condivisi crea aggregazione, e rende più facile il compito di quanti utilizzano questi vessilli per orientare le masse nella direzione voluta, specialmente nei regimi NON democratici, ma non solo. Per questo motivo, personalmente, in genere tendo a diffidare di tali “idoli” e cerco, per quanto mi è possibile di conservare sempre un atteggiamento equidistante e possibilmente critico. Per quanto riguarda il “che” non mi sento di esprimere un giudizio sulle sue idee, forse più nobili nelle intenzioni che nella pratica. Comunque gli va dato atto di essere stato un uomo che si è impegnato in prima persona per affermare le proprie idee, condivisibili o meno, e non ha delegato ad altri questo compito, stando magari dietro ad una scrivania con qualche segretaria .



LA VITA


Ernesto Guevara de la Serna nasce nella città argentina di Rosario, vicino al confine con il Paraguay, il 14 giugno 1928. Fin da bambino impara a convivere con l'asma, malattia che lo afflisse per tutta la vita. Pur praticando numerosi sport, la sua passione resta la lettura: Baudelaire e Neruda sono i suoi poeti preferiti. Dopo essersi trasferito a Buenos Aires, si iscrive alla facoltà di Medicina, ma appena possibile viaggia per il paese in motocicletta o in bicicletta, a ovest fino alle Ande oppure a sud nell'immensità delle Pampas. A fine dicembre del 1951 parte in moto con Alberto Granado per visitare alcuni paesi della costa del Pacifico, ma a Santiago del Cile la moto viene abbandonata e i due proseguono il loro viaggio con ogni mezzo disponibile.Ernesto inizia a tenere un diario, in cui annota puntigliosamente tutto quello che capita. Guevara nel 1953 in Ecuador, conosce Ricardo Rojo, un esiliato argentino, che gli racconta della straordinaria riforma agraria promulgata dal Presidente del Guatemala Jacobo Arbenz, che aveva avuto il coraggio di esprorpiare più di duecentocinquantamila acri di terra della United Fruit Company. Senza esitare, Guevara si dirige in Guatemala. Qui conosce Hilda Gadea, un'esiliata peruviana, che lo mette in contatto con un gruppo di rivoluzionari cubani, sopravvissuti all'assalto alla caserma Moncada: Dario Lopez, Mario Dalmau, Armando Arencibia e Nico Lopez. Essi iniziano a chiamarlo Che, parola argentina di origine guaranì, che egli, come molti argentini, usa come intercalare.Nell'agosto del 1954, in seguito all'intervento militare statunitense in Guatemale, contro il legittimo governo di Arbenz , il Che si rifugia a Città del Messico, dove ottiene un posto nell'Istituto di cardiologia all'Ospedale Generale della città. In luglio il Che incontra Fidel Castro e decide di arruolarsi subito come medico alla spedizione che si sta preparando. Dopo un lungo addestramento e due mesi di prigione, finalmente il 25 novembre del 1956 lo yacht Granma parte con a bordo ottantadue uomini con rotta verso oriente, verso l'isola di Cuba. Dopo una settimana di mare mosso e di nausea, il gruppo sbarca a Playa de las Coloradas, nella parte orientale dell'isola e nel giro di tre giorni ben settanta membri della spedizione rimangono sul campo di battaglia: solamente dodici uomini si rifugiano allora tra la vegetazione della Sierra Maestra. Gli scontri armati tra l'esercito di Batista e i barbudos, che accolgono tra le loro fila sempre più gente, durano ben due anni: il 28 dicembre 1958 Guevara, a capo della propria divisione militare, vince la decisiva battaglia di Santa Clara e dopo pochi giorni, il 2 gennaio 1959, la colonna del Che entra all'Avana.Il 9 febbraio un decreto del governo dichiara Ernesto Guevara cittadino cubano di nascita per i servizi resi alla rivoluzione. Tra giugno e novembre inizia un lungo viaggio tra i paesi non allineati: si incontra, tra gli altri, con Nasser, Nehru, Sukarno e Tito. Al ritorno è nominato Presidente del Banco Nacional de Cuba. L'anno seguente visita i paesi dell'est europeo e la Cina: intavola trattative commerciali con Mikoyan, Mao e Chu en Lai. A febbraio del 1961 Guevara viene nominato Ministro dell'Industria. Il 15 aprile mercenari finanziati dalla Cia tentano un'invasione dell'isola alla Baia dei Porci: il Che partecipa attivamente alla difesa e alla sconfitta degli invasori. La vita politica di Guevara prosegue tra mille impegni e viaggi all'estero: l'11 dicembre 1964 pronuncia un discorso davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York; pochi giorni dopo parte per l'Africa e per la Cina. Il 14 marzo 1965 rientra a La Habana. All'aeroporto lo accoglie Fidel Castro: è l'ultima volta che il Che compare in pubblico. Il 3 ottobre, in risposta alle supposizioni fatte da alcuni giornali stranieri sulla sorte del Che, Castro legge la lettera d'addio scritta da quest'ultimo prima della sua partenza da Cuba. A novembre del 1966 Ernesto Guevara, travestito ed irriconoscibile, raggiunge la selva boliviana e si aggrega al focolaio guerrigliero, che è lì installato. L'esercito di Barrientos riesce a limitare la diffusione della guerriglia, che, infatti, mai attecchirà tra gli spaventati campesinos boliviani. L'8 ottobre 1967, alla Quebrada del Yuro, vicino al villaggio di Higueras, un distaccamento di rangers si scontra col gruppo di guerriglieri capeggiato da Guevara: il Che, colpito da una raffica di mitragliatrice alle gambe, è fatto prigioniero. Poche ore dopo verrà freddato con un colpo di pistola al cuore.


IL “CHE”: UN MITO


Come tutti gli eroi, il Che combatte contro il mostro che affama e inghiotte la povera gente, compie imprese meravigliose che suscitano stupore e ammirazione, rinuncia, in nome di una giusta causa, alla tranquillità, per affrontare sacrifici e pericoli, acquista via via una saggezza, una nobiltà e una forza d'animo che lo fanno apparire come un profeta e una guida. È possibile ravvisare delle costanti antropologiche negli eroi, ma è certo che questi nel tempo hanno assunto spesso caratteristiche diverse. Il Che, ad esempio, non è un eroe classico perché non ha parentele con antenati divini. Non è un eroe medievale perché non è fedele ad un re. Non è un eroe romantico perché la sua vita non è basata solo sullo spirito. Non è un eroe moderno perché la sua azione non si fonda sul sapere. È un eroe storico perché ha compiuto imprese documentate dagli uomini. È un eroe naturale perché simboleggia il sole che lotta contro l'oscurità. È un eroe morale perché rappresenta la lotta dell'uomo contro se stesso. È un eroe universale perché non lotta per la patria, ma per l'umanità. È un eroe tragico perché la sua nobiltà d'animo e i suoi ideali puri lo conducono ad una morte prematura. Sul piano dell'etica, il Che somiglia più ad un santo che ad un eroe. Nessun altro individuo è riuscito ad incarnare in modo così completo ed esemplare la mentalità e la sensibilità dell'uomo cristiano. Egli appare come una figura ideale, modello di virtù superiori, emblema dell'amore disinteressato per l'umanità. [...] La sua figura crea gravi conflitti alle coscienze lacerate e inaridite dei suoi contemporanei, dai quali è nel contempo temuto e amato. Temuto perché rimprovera loro di vivere in un modo innaturale e perché mette in discussione l'ordine delle cose; amato perché combatte quelle norme che snaturano l'essere e mette in luce valori essenzialmente umani. Il rivoluzionario argentino è un eroe epico e tragico, un esempio di speranza e di sconfitta. Il Che che, insieme alla sua gloriosa colonna ribelle, sconfigge i soldati di Batista a Santa Clara e che poco dopo arriva come un liberatore all'Avana, è un eroe epico. È tale perché i suoi ideali non sono legati alla morte, ma alla vita, perché dopo un lungo isolamento sulle montagne, ritorna nella società dove porta un soffio di fiducia e di felicità, perché al suo nome e a quello di altri compagni sono legate imprese eroiche e leggendarie, perché la rivoluzione cubana ha segnato un'epoca e si iscrive nella memoria storica come un evento grandioso. Il Che, isolato e braccato dai soldati di Barrientos nella foresta boliviana e colpito a morte nella scuola di Higueras, è un eroe tragico. È tale perché la sua vita è contrassegnata da un crescendo di sofferenze, perché consapevolmente va incontro al suo destino, perché insieme a lui muoiono i grandi ideali per cui si era battuto, perché la sua è una nobile morte. [...]

Oppure no?



UN MITO? ...OPPURE NO?

tratto da
http://www.storico.org/

Da sempre il guerrigliero “cubano” ma di origine argentina, è stato descritto come una figura eroica e fortemente innovativa rispetto al tipico leader comunista. Questa descrizione corrisponde in parte al vero, il “Che” era sicuramente un personaggio meno freddo e impenetrabile dei conformistici leader comunisti tradizionali, ma molto di ciò che si dice del personaggio risulta lontano dalla realtà. Scorrendo su internet noi vediamo un gran numero di siti dedicati al personaggio, alla sua vita e ai suoi scritti. Molto raramente però leggiamo sui siti italiani quello che fu il suo primo incarico a Cuba dopo la rivoluzione, ovvero la direzione del grande carcere di La Cabana. In tale incarico il Che si distinse per la sua volontà di persecuzione nei confronti dei detenuti politici, molti dei quali passati per le armi. Degli anni della rivoluzione il giornalista inglese Paul Johnson ricorda che gli uomini di Guevara combatterono pochissimo, e nella famosa battaglia di Santa Clara, passata alla storia come la svolta definitiva della rivoluzione, i guerriglieri riportarono non più di sei vittime. Il capo guerrigliero non mancava di alcune asprezze, in un suo intervento, un anno dopo la rivoluzione, affermò: ”Nell’Esercito Ribelle si pensa che il fatto di costituire l’esercito popolare basti a porlo al di là della disciplina, e che la disciplina sia qualcosa che aveva motivo di esistere solamente nell’antico esercito e che nel nuovo non sia più necessaria. Si tratta di un’idea falsa e pericolosa”.
Negli anni Sessanta si ebbero a Cuba per esplicita ammissione governativa ventimila internati nei campi di concentramento per motivi politici, operazione pienamente avvallata dal grande rivoluzionario. Come responsabile del settore economico il Che dimostrò molta insensibilità per le necessità della gente, privilegiando come di consueto nei regimi comunisti di quegli anni, l’industria pesante e la più rigida pianificazione. Il Che non era particolarmente prodigo nei confronti dei lavoratori, si espresse contro il diritto di sciopero e a proposito del ruolo dei sindacati sostenne che: “I sindacati sono strettamente legati all’aumento della produttività e alla disciplina del lavoro, pilastri dell’edificazione del socialismo”. Tale politica non favorì lo sviluppo economico del paese, non solo molti progetti industriali e urbanistici rimasero incompleti, ma l’agricoltura venne danneggiata, e il paese altamente produttivo in questo settore, vide l’introduzione del razionamento alimentare. Dopo la rottura con il governo per la politica prudente e “realista” di Fidel Castro, intraprese la sua avventura in Congo, dove le formazioni guerrigliere erano ispirate più da finalità xenofobe che da intenti rivoluzionari. Infine raggiunse la Bolivia. Nel paese latino americano non ottenne il consenso del locale partito comunista, che in realtà si sentiva scavalcato dall’iniziativa, e non ottenne il consenso dei contadini indios che avevano ottenuto in quegli anni importanti concessioni dal governo di Paz Enstensoro, un socialdemocratico che aveva realizzato la riforma agraria in accordo con il governo degli Stati Uniti. Isolato e privo di qualsiasi piano d’azione, il piccolo gruppo di guerriglieri venne catturato e passato per le armi.
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“Un guerrigliero spietato, un burattino nelle mani di Castro”. Parla l'esule cubano Jacobo Machover, autore di una biografia critica.

«Ho scritto per fare i conti con un'illusione che io stesso ho coltivato da giovane. Ma pure per un dovere di memoria e verità verso le vittime del Che, noto ancor oggi a Cuba anche come «il macellaio della Cabaña», dal nome del carcere in cui fece fucilare almeno 180 persone in 6 mesi. Molti conoscono la verità, ma quasi nessuno vuole guardarla in faccia».

Per Jacobo Machover, uno degli intellettuali più noti della diaspora cubana in Europa, l'immagine eroica e «romantica» che tanti continuano a tramandare di Ernesto Guevara è il frutto di un'abile montatura inizialmente orchestrata dal regime dell'Avana. Machover è giunto a questa conclusione dopo aver conversato con alcuni dei compagni di ventura del Che ancor oggi in vita e sulla base di una lettura analitica di tutti gli scritti consultabili del guerrigliero.
Lei sostiene che Guevara fu una figura subordinata, contrariamente all'immagine di ribelle spesso divulgata. Perché?

«Fin dall'inizio, fu un comandante della rivoluzione cubana agli ordini di un capo supremo, Fidel Castro. Ed è stato soprattutto quest'ultimo a costruire nel tempo l'immagine ribelle del Che. Del compagno di battaglia capace di condurre azioni autonome. Ma in realtà l'unica azione autonoma possibile era il sacrificio per Fidel. Guevara lo rivela ad esempio nei suoi taccuini personali scritti in Congo, quando sottolinea di non aver osato chiedere ai propri uomini il sacrificio supremo e di dover espiare per questo la propria colpa nei confronti di Castro».

Si può parlare comunque di una reciproca influenza fra i due uomini?

«No, il Che non influì mai su Castro. Credo solo che Castro abbia sviluppato col tempo un senso di colpa nei confronti di Guevara, o quanto meno l'impressione di averlo inviato al martirio».

Come risponde a chi la accusa di un ritratto «selettivo» di Guevara al solo scopo di provocare?

«Ho cercato di considerare tutti gli aspetti del personaggio, da quelli per così dire buoni fino ai più spietati. E ho cercato di chiarire soprattutto alcune fasi della sua vita che mostrano il carattere in fondo ordinario e fragile di questa persona che ha certamente subìto un'evoluzione. In Bolivia, poco prima di essere giustiziato, Guevara ad esempio non fucilava più i suoi stessi uomini, come fece a Cuba. In Congo, invece, aveva impiegato punizioni molto dure».

Qual è il periodo nella vita di Guevara che resta meno noto?

«È quello compreso fra il 1959 e il 1965, il periodo in cui si trovò al potere a Cuba. Non è stato molto analizzato innanzitutto per via delle esecuzioni che il Che ordinò personalmente al carcere della Cabaña, ma anche per il ruolo imbarazzante come direttore della Banca nazionale. Fu un autentico disastro. Si tratta della fase direi più sinistra, perché il Che esercitò il proprio potere in modo implacabile su un popolo che gli era straniero».

Che uomo era, invece, quello giunto in Bolivia per combattere e qui scomparso nel 1967?

«Assomigliava a un avventuriero perduto, non più capace di fare un bilancio del proprio percorso. Per me, si tratta del lato positivo, più umano, del personaggio. È in Bolivia che si rese conto del proprio fallimento e in una certa misura di essere stato raggirato».

Com'è nato il mito del Che?

«Castro comprese molto presto quanto poteva ottenere dall'immagine del Che. Lui era morto il 9 ottobre e già qualche giorno più tardi la veglia funebre orchestrata dall'Avana fu un capolavoro di astuzia sul registro dell'emozione. Castro raccontò fra l'altro che il Che non si era arreso ai militari boliviani, il che non era vero».

Il mito ha però scavalcato di gran lunga le frontiere cubane. Com'è stato possibile?

«Grazie a una catena di falsificazioni. La stessa foto del Che divenuta celebre è totalmente ritoccata, costruita eliminando i personaggi e il contesto circostanti. L'operazione, nel suo complesso, ricorda tanti altri falsi eroi creati dai regimi di stampo staliniano».

Guevara resta soprattutto un simbolo del rivoluzionario. Come giudica questa fama?

«Sul piano ideologico, Guevara aveva idee abbastanza confuse. Non aderì mai pienamente alla dottrina marxista-leninista e prese in prestito certi concetti senza però maneggiarli agevolmente. Negli ultimi scritti, cercò egli stesso di contribuire al proprio mito per la posterità».

Che bilancio complessivo darebbe del personaggio?

«È possibile definirlo come un ruolo secondario in un grande film storico. Ma di questo ruolo secondario si è fatto un simbolo, anzi quasi un feticcio, che giova ancora a tanti. Non solo a Castro, ma anche a molti altri che cercano di giustificare i propri ideali. Una giustificazione anche per dire che non ci si è sbagliati del tutto e che accanto a Stalin ci furono comunque figure integre».

Una specie di nostalgia?

«Credo di sì. Vi è inoltre l'aspetto del sogno visionario. Certi giovani, dopo aver letto le mie opere, mi accusano di voler distruggere i loro sogni. Ma per noi cubani, per tutti quelli che hanno conosciuto la prigione, per tutti i bambini cubani ancor oggi costretti ogni giorno a recitare a comando il nome del Che, più che di un sogno, si tratta di un incubo».

tratto da avvenire.it

domenica 7 ottobre 2007

Gli esportatori di Democrazia..

video

Anche se è accaduto il 18/9, mi sembra opportuno dare il giusto risalto a quanto accaduto a metà settembre a GAINESVILLE (Florida).


Andrew Meyer, 21 anni, durante una sessione di domande e risposte con gli studenti a Gainesville, in Florida, con il senatore John Kerry, intendeva chiedere al senatore perché aveva accettato la vittoria di Bush alle elezioni senza contestare l'esito del voto. Si è dilungato troppo, sforando il tempo concesso a ogni studente per interloquire con Kerry. A quel punto gli è stata tolta la parola: il microfono è stato spento e il ragazzo si è risentito un bel po'. Tanto da cercare di concludere il suo intervento, malgrado la sempre più minacciosa presenza di due, poi tre, infine quattro poliziotti alle sue costole.
A quel punto la situazione è precipitata: gli agenti hanno preso per le spalle il ragazzo, che ha cercato di divincolarsi, alzando le mani per dimostrare di essere inoffensivo ma rifutandosi di venire accompagnato fuori dai poliziotti. Che così hanno deciso di abbandonare ogni remora e usare un «taser», ovvero una pistola a scariche elettriche, che ha stordito il ragazzo, poi trascinato senza tanti complimenti fuori dall'aula dove si svolgeva il forum. Grazie alle riprese effettuate da uno studente con il telefonino, queste immagini hanno potuto fare il giro del mondo attraverso Youtube.

Per cominciare..

Quanti, nel corso della loro navigazione, avranno la fortuna o la sfortuna di imbattersi in questo blog, sicuramente penseranno che non sentivano il bisogno di un altro blog che va ad aggiungersi ai milioni di blog già esistenti. Ed hanno ragione.. quindi arrivederci e grazie..! Fermi là stavo scherzando! Questo blog nasce dalla consapevolezza che viviamo in un momento storico particolare, in cui si sono moltiplicate a dismisura le possibilità di fare informazione e le possibilità di accesso all’informazione stessa, ma, allo stesso tempo, l’informazione, appare imbavagliata, superficiale. Più che INFORMARE, spesso sembra che l’informazione abbia la finalità di EDUCARE i cittadini secondo i modelli imposti dai potenti di turno, siano essi politici o gruppi di interesse. Risulta sempre più difficile conservare e sviluppare uno spirito critico che consenta di discernere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, è sempre più difficile formarsi opinioni scevre da influenze strumentali. Ovviamente lo scopo del blog non sarà quello di guidare le anime perse nella giungla dell’informazione, o diventare il faro che illuminerà le vostre esistenze, per questo potete rivolgervi ad altri blog , o ad altri profeti. Qui potrete trovare notizie, indiscrezioni, serie o meno serie, magari quelle che non hanno il giusto risalto nei canali di informazione “tradizionali”, commentate da punti di vista differenti, nella speranza di poter coinvolgere il numero più ampio di persone. Tutti i contributi saranno ben accetti.

Vi saluto con un passo sulla “ricerca della verità”:

La ricerca della verità sotto un certo aspetto è difficile, mentre sotto un altro è facile. Una prova di ciò sta nel fatto che è impossibile ad un uomo cogliere in modo adeguato la verità, e che è altrettanto impossibile non coglierla del tutto: infatti, se ciascuno può dire qualcosa intorno alla realtà, e se, singolarmente preso, questo contributo aggiunge poco o nulla alla conoscenza della verità, tuttavia, dall’unione di tutti i singoli contributi deriva un risultato considerevole. Cosicché se, relativamente alla verità, le cose sembrano stare così come si dice nel proverbio: "chi potrebbe sbagliare una porta?", allora, per questo aspetto, essa sarà facile; invece, il fatto che si possa raggiungere la verità in generale e non nei particolari mostra la difficoltà di essa. E, fors’anche, poiché vi sono due tipi di difficoltà, la causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi. Infatti, come gli occhi delle nottole si comportano nei confronti della luce del giorno, così anche l’intelligenza che è nella nostra anima si comporta nei confronti delle cose che, per natura loro, sono le più evidenti di tutte.

(Aristotele, Metafisica, II)